Taylor, Otis – Respect The Dead

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Nel 2003 può esistere un’erede vero della tradizione down home? Un successore degno di Charlie Patton e Robert Johnson? La risposta è si e il suo nome è Otis Taylor.
Dopo il fenomenale “White African” del 2001 Otis ci regala ora questo a dir poco strepitoso “Respect The Dead”. Disco crudo e scarno nelle sonorità quasi ridotte all’osso,pochi strumenti ma usati in modo sapiente e la voce forte ed espressiva di Otis. Vere protagoniste di questo album sono le canzoni: Otis ci racconta storie di povertà, segregazione, umiliazione con l’orgoglio delle sue radici afro e lo fa in modo sorprendente. Canta e suona come se fosse l’ultima cosa che gli sia concessa di fare prima di morire, alterna chitarra, armonica e banjo con una maestria rara usando pochi accordi per rendere il tutto ancora più immediato; La sua forza sta nell’indescrivibile espressività che possiede e giustamente su questa ci punta tutto. Con le sue canzoni Taylor riesce a trasmettere all’ascoltatore le sensazioni e le angosce che i neri hanno dovuto sopportare. A tratti urla poi sussurra poi il suo canto diventa quasi un lamento ipnotico. Suona la chitarra come John Lee Hooker, pochissimi accordi sulle note basse per creare quell’incredibile atmosfera quasi ipnotica poi pizzica leggermente le alte per dare enfasi alle sue storie proprio come faceva Lightnin’ Hopkins. La pochezza degli accordi viene ampliamente compensata dalla forza ritmica data dal superbo uso del fingerpicking sulla slide accompagnato dalla drammaticità e dalla forza della sua grande voce. Inoltre l’alternarsi in alcuni brani del banjo sia elettrico che acustico sa dare originalità alle sue composizioni mentre quando soffia come un’ossesso nell’armonica riporta lla mente i lamenti di Rice Miller. Incredibile che un artista di tale grandezza sia stato scoperto solo quando ha gia passato da un pezzo i 40!! Ma occupiamoci ora delle canzoni: Ad accompagnare il nostro in questo viaggio musicale ci sono Kenny Passatelli produttore che si occupa anche di suonare piano tastiere, basso e Hammond, Eddie Turner alla chitarra e Cassie Taylor ai cori. Il disco si apre con “Ten Million Slaves”, canzone forte dal contenuto altamente drammatico, Otis suona alla grande il banjo mentre alla voce si alterna con i cori di Cassie Taylor, brano splendido tutto da ascoltare. La seconda song “Hands on Your Stomach” è anche questa una storia di schiavitù e di soprusi, Otis lavora sapientemente con la chitarra acustica a cui si contrappone quella elettrica di Turner entrambe sorrette da lento suono di tastiere; Il leader parla lentamente a tratti si scorge un lamento amplificato dagli effetti della chitarra elettrica e dall’uso ossessivo del fingerpicking dell’acustica a creare un atmosfera a dir poco angosciante . “Changing Rules” è una canzone molto toccante, narra di uno sceriffo di un piccolo paese che perde il lavoro a causa della sua convinzione che la legge sia al servizio dell’uomo e non il contrario, protagonista assoluta del pezzo è la slide di Taylor sempre ossessiva e tagliente. Ancora una grande storia nella successiva “32nd Time”, l’ambientazione è negli anni ’60 quando i neri erano ancora segregati dalla ottusa società bianca americana. In questa canzone un gruppo di uomini bianchi si spinge verso sud per creare nuove città che sarebbero state poi occupate dai neri che non ne avevano la possibilità. Qui la prova vocale di Otis Taylor è davvero indescrivibile, la sua voce vale più di mille strumenti per il modo in cui sa interpretare la canzone nei suoi drammatici passaggi, in sottofondo effetti elettrici. “Baby So” è eseguita interamente all’armonica che Otis alterna sapientemente alla voce, un brano dal sapore antico un lamento proviene dal sud, un grido di amore e di dolore, leggero in sottofondo sembra di udire un pianto strozzato. Mi è molto difficile descrivere a parole quello che queste canzoni sanno trasmettermi: Prendiamo la successiva “Shaker Woman”, inizia con il solito suono ossessivo di chitarra elettrica mentre il leader parla lentamente,poi entra la in scena la slide acustica di Otis sorretta dal basso la canzone sale di tono e la drammaticità aumenta,ora il tono della voce aumenta sfociando in un lungo lamento mentre compare la slide elettrica,il lamento sia attenua e diventa un sussurro. Straordinario. Con la stesso sussurro si apre “Black Witch” forse il brano dal significato più duro di tutto il disco: La storia ci narra di quando un ‘uomo bianco poteva approfittare di una donna nera senza essere accusato e punito perché essa era una sorta di serva del diavolo e per questo andava punita, la canzone ci narra di questi fatti dalla parte del marito della donna la cui vita veniva per sempre segnata da questa umiliazione, ancora una prova straordinaria di Otis come cantante e soprattutto interprete. Mancano ancora 5 canzoni alla fine del disco ma lascio a voi il piacere di scoprirle, io posso solo darvi una idea di massima per comprendere a pieno un disco come questo bisogna solo ascoltarlo. Otis Taylor suona il blues come ben pochi sanno fare al giorno d’oggi, lui ne recupera lo spirito antico di musica di “denuncia”, i suoi drammi sono un vero pugno nello stomaco a cui nessuna coscienza può resistere. Il suo disco precedente ha avuto 4 nomination per il W.C. Handy Awards il più prestigioso premio della musica blues; Questo suo nuovo lavoro supera addirittura in bellezza e in drammaticità il suo illustre predecessore. Personalmente ritengo che molti degli pseudo bluesmen patinati del giorno d’oggi dovrebbero solo arrossire e inchinarsi di fronte a questo artista e posso affermare convinto che Otis Taylor sia il più grande bluesmen down home oggi vivente, Charlie Patton e Robert Johnson sorridono da lassù, la loro lezione e il loro messaggio non sono andati perduti.