Low – Trust

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

I Low sono un trio che si è formato nel 1994 nella piccola città Duluth nel Minnesota.
Sono formati da due vocalist strumentisti un chitarrista (Alan Sparhawk), e l’altro batterista (Mimi Parker), con l’aggiunta di un bassista (John Nichols).
Si autodefiniscono un’incrocio tra Joy Division e Simon & Garfunkel, e come dargli torto!
Il motivo per cui mi sono avvicinato ai Low è il fatto che saranno di supporto all’imminente concerto dei Radiohead che si terrà a Firenze il prossimo 8 Luglio.

Il motivo della scelta delle due voci quando si ascoltano i Low viene subito chiaro. Il loro “slow-core” è incentrato proprio sulle voci, tutto gira intorno al loro timbro e alla loro intensità, con un accompagnamento strumentistico davvero minimale che alle volte risulta quasi insignificante.
L’album che vi commento è uscito nel settembre del 2002 ed è, per ora, l’ultima fatica del trio.
Come si potrebbe descrivere questo album? le parole che mi vengono in mente sono: etereo, ipnotico, rilassante, scivoloso. La vera forza (e debolezza allo stesso tempo) del gruppo americano, è l’ipnotica ripetitività delle loro canzoni che indugiano e indugiano fino renderti schiavo della loro musicalità, oppure, in caso negativo, dannatamente annoiato. Su questo stile gli episodi migliori sicuramente sono la opener “(That’s How You Sing) Amazing Grace”, “Tonight” oppure la toccante “Little Argument With Myself” fino al vero gioiello dell’album che è sicuramente la stupenda “Time Is the Diamond”, mentre si distaccano da questo stile, dando un pò più di “ritmo” al disco, “Canada” che avvicina il gruppo a sonorità che ricordano i primi REM, oppure la folk-rock “Last Snowstorm of the Year”. Echi beatlesiani vengono alla mente con la canzone n.11 “La La La Song”. Mentre in alcuni punti di “Point Of Disgust” sembra di sentire una out-take di “The Wall”.
Chiude l’album una “delirante” “Shots & Ladders” che inframezza i soliti vocalizzi dei due cantanti, a inserti elettronici di fondo.

Concludendo un’album che suona forse “difficile” per molti ascoltatori proprio per la mancanza quasi totale di un supporto strumentale se nn in alcuni episodi, ma che contiene verie e proprie perle. L’ascolto è comunque consigliato (se siete virtuosi dello strumento lasciate pure perdere). Un consiglio, magari quando mettete il disco sdraiatevi sul letto, chiudete gli occhi e lasciatevi cullare da queste voci e melodie così eteree e sognanti, solo così potrete fare vostra la musica dei Low.
Io attendo i Low alla prova del live e sopratutto del pubblico dei Radiohead. Vi farò sapere!