Kraftwerk – Radio Activity (Radioaktivität)

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Con il loro quinto album, i tedeschi Kraftwerk iniziano a pubblicare i propri lavori in due versioni, con lyrics (poche) in tedesco e in inglese, alla luce di un successo internazionale probabilmente inatteso per un gruppo così sperimentale.
“Radio-activity” – o “Radio-Aktivität” – è un album dedicato ironicamente a uno dei primi media, quello più importante per l’evoluzione della musica: la radio. Ma Ralf e Florian, le due menti del gruppo rendono questo omaggio con un pizzico di ironia a partire dal titolo: radioattività intesa anche come “attività della radio”, e così tutto l’album si sviluppa lungo queste coordinate.
Si tratta di elettronica purissima, che si colloca temporalmente a metà strada fra gli sperimentalismi ai limiti dell’ascoltabilità di Stockhausen e quelli che in seguito saranno la new wave o l’industrial, perché è anche grazie al combo di Düsseldorf che l’elettronica avrà questi sviluppi.
L’intro “Geiger counter” è semplicemente il campionamento di un contatore Geiger in fase di rilevamento di radioattività. La title-track “Radio-activity” è un pezzo di elettronica minimale, fra campionamenti di suoni vari e parti suonate assai minimali, che diverranno celebri come sigle di vari telefilm made in Deutschland, e un ritornello monotono ripetuto prima in inglese e poi, uguale, in tedesco.
Nonostante l’apparente semplicità, si tratta di un album davvero suggestivo, mai come in una qualsiasi opera dei Kraftwerk un ascoltatore può percepire cosa significhi la pura artificialità, meccanicità e freddezza in musica, con Ralf e Florian a cantare (?) quasi ad imitare i propri strumenti, artificiali e privi di emozioni… ma non si tratta di un difetto, bensì di una mirata scelta artistica di un combo fortemente affascinato da ciò che è la tecnologia in generale e che vuole fare una musica con e per questa tecnologia. Trovo che assai emblematico sia a questo proposito il video di un loro pezzo di alcuni anni dopo: “The robots”, in cui i nostri e suonano si muovono meccanicamente in un ambiente asettico fingendo di essere dei robot e usando per la canzone degli effetti vocali che modificano la voce fino a farla sembrare totalmente artificiale!
Dopo questo breve excursus, avrete capito come bisogna affrontare quest’album; se vi capitasse vi consiglio comunque di guardare i loro video o di dare un’occhiata al loro sito, trovo geniali le loro combinazioni di suono e immagine.
Tutti i pezzi di “Radio activity”, sono composti quindi da campionamenti e note minimali. “Radioland” e “Airwaves” sono due pezzi artificialmente eterei, potenziali colonne sonore di un vecchio film di fantascienza, il secondo quasi fastidioso nel finale coi suoi suoni iper-acuti. “Intermission” è un vero e proprio stacchetto di 15 secondi da giornale radio che ci introduce nella traccia 6,“News” appunto (inutile che vi dica di cosa si tratti!). E cos’altro avrebbe potuto essere “The voice of Energy” se non una voce simil robot?
Torniamo a canzoni vere e proprie con “Antenna”, pezzo semplicemente pre-industrial che vuole ricreare le frequenze e le onde sonore emesse da un’antenna trasmittente, gioco che si ripete in maniera assai più disturbante con la seguente “Radio Stars”, ipotetica registrazione di un suono interstellare su frequenze ipnotiche ma allo stesso tempo decisamente dolenti per l’orecchio umano. “Uranium” è una traccia che semplicemente racchiude un campionamento vocale in tedesco, “Transistor” è un pezzo composto da suoni e campionamenti eterei e quasi giocosi.
Chiude l’album un simpatico gioco di parole per assonanza “Ohm sweet Ohm”, una traccia che ricorda molto le colonne sonore dei primi videogames.
“Radio-activity” è un album davvero difficile da descrivere a parole, si tratta di sperimentalismo allo stato puro, apprezzabile solo a seconda del gusto, o dell’interesse che un album simile può suscitare. Di sicuro è un pezzo di storia, a partire dal quale, assieme ai vari “Autobahn”, “The man machine/Die Mensch Maschine”, l’elettronica si è evoluta, vuoi verso forme più commerciali e orecchiabili, vuoi verso sentieri ancora più duri per il nostro orecchio quali l’industrial puro. C’è chi ha parlato di album eccessivamente frammentario e minimale, impressione forse legittima ma con cui non sono d’accordo, ritengo che le scelte attuate dai quattro membri del gruppo siano azzeccate, alla luce di quel che volevano esprimere, la voce della radio e un’ironia fondata sul doppio senso del titolo.
Da ascoltare almeno una volta.