Manes – Vilosophe

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Tornano dopo parecchio tempo i Manes, act fino a pochi anni or sono dedito a un purissimo e selvaggio black metal al punto da assurgere a status di “cult band” del genere… che infatti non suonano più! Come molti gruppi conterranei, anche i nostri hanno deciso di infrangere gli ormai stretti limiti di uno fra i generi musicali più oltranzisti… e come molti altri ben più noti e illustri combo quali i grandissimi Ulver o i Dødheimsgard si cimentano in un sound fortemente influenzato dall’elettronica industriale norrena, quella di Red Harvest e Thorns.
Il risultato di questo cambiamento? Tutto sommato apprezzabile ma non certo da far urlare al miracolo. Punto cruciale sarà il farvi piacere la voce del singer Tommy Sebastian, fredda e tagliente come richiede il genere, ma così acuta e contrastante con la pesantezza di chitarre e synths da far pensare a tratti che sia un elemento più che altro disturbante: in ogni caso, dopo qualche ascolto devo dire di essere riuscito a farmela piacere e di vedere in essa un punto di forza di quest’album, non so tuttavia se tutti la penseranno come il sottoscritto.
“Vilosophe” inizia con “Nodamnbrakes”, un discreto pezzo in puro industrial-nordic-metal con chitarroni pesanti e giocato sull’alternarsi di momenti calmi e glaciali a sfuriate micidiali di chitarre e synths. Buona, ma non del tutto convincente. Sulle stesse coordinate si muove anche la seguente “Diving with your hands bound”, un lungo pezzo di oltre 10 minuti capace di ricreare atmosfere davvero angosciante, nonostante qualche momento forse di troppo. La quasi ambient “White devil black shroud” non sarebbe affatto male, se non fosse per la sensazione che la scelta di suoni sembra un bel plagio da “Lyckantropen themes” degli Ulver.
Più riuscita è sicuramente “Terminus a quo / terminus ad que”, coinvolgente ed esplosivo pezzo in cui i Manes mostrano finalmente una buona personalità senza bisogno di citare altri gruppi. “Death of the genuine” è un azzeccatissimo omaggio a diverse sonorità: dall’industrial metal anni ’80 di Ministry e Godflesh a guru come Nine Inch Nails e Dillinger Excape plan, un pezzo dissonante e adrenalinico ascoltando il quale è impossibile restar fermi! La più tranquilla “Ende” lascia il tempo che trova e lo stesso si può dire per “The hardest of comedowns”: nei momenti meno esplosivi e più imperniati sulle atmosfere i cinque norvegesi devono ancora lavorare parecchio.
La conclusiva “Confluence”, è cantata, anzi, parlata in tedesco, un vero e proprio racconto con atmosfere angoscianti in sottofondo, o almeno vorrebbe esserlo visto che il risultato è anche qua abbastanza deludente, oltre che scontato con i folli campionamenti finali e le voci distorte: i campionamenti e le musiche ambient sembrano tratti da qualche videogioco tipo “Return to castle Wolfenstein”.
In definitiva, è un album che salvo tre eccezioni presenta qualche valido motivo d’interesse. I Manes comunque mi hanno personalmente dato l’impressione di aver tentato il passo più lungo della gamba: non che l’album sia così pessimo, sicuramente farà inizialmente la felicità di qualche appassionato di queste sonorità industrial, ma i modelli con cui devono confrontarsi sono ancora ben lontani e “Vilosophe” rischia di diventare un album che dopo l’acquisto verrà dimenticato in troppo poco tempo.
In ogni caso attendiamo di sentire cosa ci riserverà in futuro la band, qui qualcosa di buono lo si è in ogni caso sentito.