Sting – Sacred Love

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Fa sempre piacere ritrovare la musica del buon vecchio Sting, un signor musicista da sempre capace di regalare grandi emozioni. A dire il vero, gli ultimi studio album “Brand new day” e “Mercury falling” avevano lasciato un po’ perplesso chi vi scrive e anche tanti altri fan di vecchia data, ma se non altro il successo del single “Desert rose” ha avuto il merito di riportare in auge il nome del bravo autore inglese, che dopo quattro anni sforna un nuovo studio album.
Com’è questo “Sacred love”? Dopo qualche ascolto e una prima impressione non molto soddisfacente ho avuto modo di apprezzare anche questa ennesima fatica di mr. Summers: l’errore è stato l’aver compiuto inconsciamente un inutile paragone coi suoi vecchi capolavori, anche se alcuni suoni orientaleggianti, indiane per la precisione, della bella opening track “Inside” mi fanno tuttora pensare a quel vecchio gioiellino intitolato “Mad about you” (da “The soul cages” del 1991). Già da qui si capisce che ci troviamo di fronte a un lavoro che riunisce diverse influenze e sonorità, il tutto amalgamato dal tono dell’album, sobrio e intimo allo stesso tempo, capace di regalare parecchi momenti davvero emozionanti.
In “Send your love” troviamo delicati e gradevoli inserti flamenco del bravo chitarrista Vicente Amigo, che regala al pezzo un pregevolissimo e affatto banale sapore latino, anzi, mediterraneo, cui la voce di Sting conferisce quel tocco di classe in più. Con la ballad “Whenever I say you name” il nostro sembra volerci riproporre le sonorità degli esordi, arricchite da un pizzico di r’n’b grazie alla collaborazione di Mary J. Blige, un duetto riuscito che, pur ammiccando a un ascolto molto easy, ci regala un altro pezzo in puro Sting-style. Godibile la ballata semi-acustica “Dead man’s rope”, mentre “Never coming home” ripropone le scelte ammiccanti all’elettronica già viste in “Brand new day” e personalmente l’ho trovato uno dei meno riusciti brani dell’album, ma pezzi come “Stolen car” ci mostrano che Sting in fondo sa cavarsela anche con queste sonorità più insolite (almeno per chi lo segue da tempo). C’è molto jazz e altrettanta atmosfera nella raffinata “Forget about the future”. “This war”, chitarristicamente parlando il pezzo più rock dell’intero album, passa senza lasciare il segno col nostro cantante che sembra quasi a disagio ne cinque minuti del pezzo; al contrario, strappa applausi il duetto col sitar di Anoushka Shankar in “The book of my life”, forse il pezzo più memorabile di tutto quest’album.
La vivace e coinvolgente title track “Sacred love” chiude con un altro ammiccamento al r’n’b di classe l’album.
“Sacred love” è un disco di classe che si lascia quindi piacevolmente ascoltare grazie alla bravura di Sting e dei suoi collaboratori e alla varietà che caratterizza l’intera opera, nonostante qualche episodio meno riuscito che però non è affatto il caso di considerare un passo falso. Sicuramente è stato invece fatto un passo avanti rispetto alle ultime uscite, decisamente al di sotto degli standard di questo artista, che qui appare assai più ispirato. Quanto “Sacred love” potrà aggiungere alla carriera di Sting lo vedremo solo in seguito, al momento – a parte forse “The book of my life” – non saprei individuare dei potenziali nuovi classici che arricchiranno il suo repertorio.
L’album in sé è comunque valido e un ascolto è consigliato ai fan, che troveranno comunque un album nel complesso assai migliore di “Brand new day”, oltre che a coloro che avessero ascoltato e gradito gli ultimi singles. Chiaro che i suoi capolavori cono comunque ben altri…