Mastodon – Remission

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Una delle ultime e migliori scoperte dell’etichetta americana “extreme music only” Relapse, di cui abbiamo già avuto varie volte modo di esaltare il roster, sono stati indubbiamente i Mastodon, capaci di imporsi a pubblico e critica con un solo EP e un full length acclamati all’unanimità. Il combo nordamericano ci propone un misto di sonorità hard e grind-core uniti a reminescenze stoner e addirittura death/thrash capaci di dar vita a un sound semplicemente devastante ma allo stesso tempo assai ricercato, in cui ragione e follia pura si scontrano in maniera a dir poco spiazzante.
Avrete insomma capito che la monotonia non fa certo parte di quest’album.
L’attacco del disco semplicemente spazza via tutto e tutti: “Crusher Destroyer” è un titolo che non lascia equivoci, una canzone che in soli due minuti concentra tutte le già menzionate influenze della band, un uragano sonoro che vuole semplicemente far male riuscendoci fin troppo bene.
Ma la devastazione indiscriminata non è il solo scopo della band, che con “March of the Fire Ants” mostra di avere ben appreso la lezione dei conterranei Today is the Day con dei pesanti mid tempos su cui si stagliano delle vocals semplicemente psicopatiche e cavalcate chitarristiche molto “Bay Area Thrash”.
Anche “Where strides the Behemoth” è tutta un programma, la traccia più pesante – spaventose a dir poco chitarre e batteria – dell’intero “Remission”, un album caratterizzato da una cura minuziosia per gli innumerevoli e variegatissimi suoni, tre minuti di autentico terremoto! Più orientata su territori hardcore la dinamica, urlatissima “Workhorse”, un pezzo che dal vivo deve essere una macchina genera-pogo assolutamente disumana, mentre la lunga, lenta e quasi strumentale “Ol’e Nessie” punta sulle atmosfere folli e schizoidi tipiche di questo difficilmente classificabile “Relapse sound” tanto in voga negli ultimi anni. “Burning Man” al contrario rincara la dose con violentissimi riff mentre ancora “Train Wreck” rallenta il ritmo nella sua parte iniziale per poi accelerarlo drasticamente nella seconda.
Avrete insomma capito che l’intero album si gioca su un alternarsi di rallentamenti e brusche accelerazioni, come anche la combo “Trambled under hoof” – forse il pezzo meno efficace dell’intero album – e “Trilobite” o ancora quella fra il micidiale anthem “Mother Puncher” e la strumentale “Elephant Man”, la più lunga traccia dell’intero album coi suoi otto minuti (che includono tuttavia una ghost track noise), fra quelle atmosferiche sicuramente la migliore anche grazie a un lungo assolo vagamente southern di notevole fattura – la band è originaria di Atlanta, è il caso di ricordarlo – che segna la fine dell’album.
“Remission” è in definitiva un debutto semplicemente sfolgorante che pone il gruppo in scia ad acts più blasonati è già illustri come i Today is the Day, folli come i canadesi Converge o ricercati come gli svedesi Meshuggah. L’album ha avuto un successo strepitoso, tanto che è stato recentemente ristampato in versione digipak con bonus live-DVD dalla tracklist parecchio interessante, di cui purtroppo non disponiamo.
Da tener d’occhio per gli amanti delle sonorità più estreme, bizzarre e sperimentali, in attesa che il prossimo loro album ci confermi il loro talento.