Marillion – Misplaced Childhood

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

In assoluto il momento più alto di tutta la (lunga e variegata) carriera della band britannica. Difficile non essere colpiti dalla bellezza di questo album – ascoltatori fan del progressive e non.
È il 1985, i Marillion hanno già pubblicato due dischi: “Script For A Jester’s Tear” (1983) e “Fugazi” (1984). Le “etichette” impongono che il prog sia morto almeno dieci anni prima: siamo in un periodo tutto New Wave e l’elettronica fa sempre di più capolino, e in molti si scagliano sulla band accusandola di essere la “brutta copia dei Genesis”. Nonostante questo, il “coraggio” di Fish e soci è premiato dai numerosi sold out che i tour precedenti hanno registrato in patria e non.
Il pubblico dei Marillion evidentemente non è composto solo da nostalgici della formula progressive.
La leggenda vuole che la genesi di Misplaced Childhood sia da attribuire a una lunga crisi di Fish, culminata con la stesura dell’intero concept dell’album, dopo una notte passata in compagnia di numerosi cocktail di allucinogeni.
I temi che compongono il disco spaziano da una indimenticata delusione amorosa, al disagio di una “vita in tour”, lontani da affetti e “lari”, alla consapevolezza di una “Infanzia Malriposta”. Dalle primissime note di “Pseudo Silk Kimono” l’ascoltatore viene proiettato in un viaggio introspettivo che raramente non coinvolge in prima persona. La drammaticità dei testi del Fish “allucinato” viene interpretata in modo magistrale da tutta la band, che contribuisce a fare di questo album
un capolavoro. Seguono “Kayleigh” e la bella e struggente “Lavender”, quest’ultima dotata del “leitmotiv” che accompagnerà tutto il concept. Gli intermezzi strumentali sono dosati in maniera impeccabile, senza mai cadere nella stucchevolezza
autoindulgente, nemmeno nella lunga e drammatica “Bitter Suite”, che anzi è forse il momento più alto del concept.
Un bellissimo crescendo di chitarra ci introduce a “Heart Of Lothian” che all’epoca chiudeva la facciata A del vinile.
La “seconda parte” della suite inizia con “Waterhole (Espresso Bongo)” brano energico e potente che traghetta l’ascoltatore al riuscito 7/8 di “Lords Of The Backstage” . La lunga “Blind Curve” è spezzata in 5 movimenti, e in questa parte della suite Fish racconta il suo stato d’animo controverso, quando durante i lunghi tour era costretto a viaggiare da un “Holiday Inn” all’altro, con gli invadenti “interviewers” che chiedono insistentemente “tell me your stories” (evidentemente la vita della rockstar non era molto gradita al riservato scozzese.) Il disco si chiude con l’ottimismo di “Childhood’s End”, che come in una favola a lieto fine riporta le cose al posto giusto, con la consapevolezza che alla fine l’unica cosa malriposta era la direzione. “White Feather”, un anno pacifista anche un po’ banale chiude il disco(rso). A distanza di quasi vent’anni il disco rimane un ottimo ascolto, consigliato sicuramente a chiunque voglia conoscere i Marillion se non altro del “periodo Fish” (che, come il suo “maestro” Peter Gabriel se ne andrà dopo un altro buon disco come “Clutching At Straws”) lasciando alla band l’arduo compito di sostituirlo. L’ingresso di Steve Hogart, ottimo vocalist ma con diverse potenzialità, porterà la band ad esplorare diverse “stagioni”.

  • Pierluigi

    album di una bellezza infinita, che mi accompagna nel corso di tutta la mia vita!Pierre Canonica