Gary Moore – After Hours

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Gary Moore ha sempre rappresentato un caso un po’ particolare all’interno del variopinto mondo del British blues; dopo il periodo iniziale della sua carriera con Skid Row e Thin Lizzy prima e i Colosseum dopo, in cui è passato dal hard rock al progressive rock, e una serie di dischi solisti abbastanza mediocri, il buon Gary decide finalmente di mettere a frutto quello che il suo amico e maestro Peter Green gli aveva così bene insegnato, cioè suonare il blues. Moore è un eccellente bluesman, padroneggia la chitarra come pochi e ha anche buoni doti di cantante, scrittore e arrangiatore. I suoi dischi di blues sono tutti decisamente sopra la media, ma stranamente spesso si ostina a voler suonare altre cose che onestamente gli vengono molto peggio. In questo assomiglia molto a Eric Clapton, con la non trascurabile differenza che “mano lenta” quando ha abbandonato il sentiero del blues è stato comunque capace di notevoli colpi di coda. Ma torniamo a Gary Moore: dopo un periodo abbastanza cupo, che si è prolungato per tutti gli anni ’80, all’inizio del decennio successivo il nostro irlandese decide finalmente di dedicarsi al blues a tempo pieno e i risultati non si fanno certo aspettare. Nel 1990 pubblica il bellissimo “Still Got The Blues” a cui partecipa l’immenso Albert King e appena due anni dopo questo altrettanto bello “After Hours”. Tra cover dei suoi eroi americani e brani originali, Moore mette a segno un lotto di canzoni di grande efficacia e fascino arricchite dalla presenza di ospiti del calibro di BB King e Albert Collins. La prima traccia del disco è “Cold Day in Hell”, un r&b segnato dalle rasioate elettriche della sua Les Paul, un po’ la continuazione di “Pretty Woman” presente sul precedente album. Le influenze del suono di casa Stax si sentono così come quella, mai dichiarata ma molto evidente, di SRV, soprattutto nel modo di cantare. Senza dubbio un ottimo inizio. La successiva “Don’t You Lie to Me (I Get Evil)” è più o meno sulle stesse coordinate ma con una impronta soul ancora più evidente. “Story of The Blues” è una ballata malinconica forse un pò troppo pomposa in certi arrangiamenti ma senza dubbio di grande impatto; Gary non è certo un novellino e sa bene come vendere il suo prodotto anche se onestamente mi convince di più quando pesta sull’acceleratore come nella successiva “Since I Met You Baby” a cui partecipa sua maestà BB King. Grande performance dei due e molto bello il confronto tra lo stile personale e inconfondibile di BB e quello più rock di Gary sia alla voce che alla chitarra. “Separate Ways” è ancora una ballata strappalacrime ma decisamente inferiore alla precedente “Story of The Blues”; in questa song c’è forse un po’ troppa melassa, soprattutto nel coro femminile. Per fortuna si tratta solo di un episodio e già con la successiva “Only Fool in Town” Moore rimette le cose a posto offrendoci un brano muscolare, tutto grinta e passione, impreziosito da un formidabile assolo del nostro e dalla ricca sezione fiati. “Key to Love” è una song di John Mayall: 2 minuti di fulminante rock blues dall’impatto devastante. “Jumpin’ at Shadows” è un tipico slow blues di scuola chicagoana, nulla di entusiasmante ma comunque molto piacevole, una piccola oasi di tranquillità dopo tanta potenza. La seguente “The Blues Is Alright” vede la presenza di mr. Freeze, il compianto e mai dimenticato “the master of telecaster” Albert Collins. La song parte lenta e poi esplode in furia elettrica con fiati e chitarre in grande evidenza. Chi conosce un po’ il blues noterà subito la presenza di Collins: il suo è uno degli stili più riconoscibili in assoluto. I due duettano che è una meraviglia e , come con BB King, Moore non sfigura affatto al fianco del grande Albert. C’è ancora tempo per “The Hurt Inside” ,un bello slow a firma dello stesso Moore, e per “Nothing’s the Same” una ballata super romantica di cui avremmo volentieri fatto a meno.
In conclusione After Hours è un ottimo disco di ottima musica, purtroppo come quasi tutti i lavori di Moore ci sono sempre almeno un paio di ballate di troppo; quando Gary si cimenta nei suoi ritmati blues venati di soul è una furia, una vera forza della natura, la sua dimensione ideale è questa non quella del romanticone strappalacrime. Se vi prendete la briga di programmare il vostro lettore saltando le tracce 5 e 11 avrete un disco pressoché perfetto.