Nick Cave & the Bad Seeds – The Boatman's Call

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Dopo quel capolavoro che fu “Muder Ballads”, il cui single “Where the Wild Roses Grow” fu un grandissimo successo trasmesso perfino su MTV, Nick Cave dovette aver particolarmente apprezzato l’esperimento del disco fatto di sole ballate, tanto che nel 1997 l’esperienza ebbe un seguito con “The Boatman’s Call”.
L’album ci restituisce un Nick diverso, più sobrio e introspettivo, lontano parente del rocker scatenato che ha saputo regalarci pezzi come “Do you love me?”, “Deanna” o “The Mercy Seat”: dopo anni di successi ed eccessi vari, era a quanto pare giunto il momento di fermarsi e riflettere, sulla vita, l’amore, la religione anche perché no? Sempre memore della lezione del “maestro” Leonard Cohen ecco che il leader dei Bad Seeds ha dato vita a dodici pezzi profondi, sì, ancora più del solito, che ci mettono di fronte al lato più umano e finora inaccessibile del nostro artista.
La cosa che più stupisce di quest’album è la sua capacità di colpire dritto al cuore, mantenendo un’intensità emotiva incredibile che mai scade nel patetico o nel banale: la splendida opener “Into my arms”, tutta per voce e pianoforte, altro non è se non una franca, spontanea preghiera in cui Nick professa la sua fede, il suo modo di rapportarsi con Dio, l’amore e la vita, con un pezzo di pura poesia in cui ci si può benissimo ritrovare o comunque riflettere sopra, così come le rimanenti canzoni. Sì perché non è un album “solo” da ascoltare e godere, “The Boatman’s Call” vuole essere un occasione per riflettere e far riflettere, se volete un ascolto spensierato allora questa recensione – e Nick cave in generale – non fa per voi.
“Lime Tree Arbour” è una ballad dal tono fortemente tradizionale in cui troviamo la figura del “Boatman” che dà il titolo al disco; “People ain’t no good” è invece una riflessione dolceamara sulla gente che ci circonda: «It ain’t that in their hearts they’re bad / They’d stick by you if they could / But that’s just bullshit / People just ain’t no good». Pianoforte e voce caratterizzano praticamente tutto l’album, salvo eccezioni come “Brompton Oratory”, una riflessione con espliciti riferimenti al Vangelo (di san Luca per la precisione) in cui Nick canta accompagnato da un delicato sottofondo di organo hammond, basso e batteria. Una lieve e appena percettibile chitarra acustica lo accompagna in “There is a Kingdom”, un’autentica professione di fede; il pianoforte torna in quello che per suggestività, intensità d’interpretazione e bellezza del testo reputo uno dei pezzi più belli mai scritti da Nick Cave per non dire delle canzoni d’amore in generale, “Are you the one I’ve been waiting for?” è poesia ai massimi livelli, so di essere davvero parziale stavolta ma non posso farci niente e spero mi perdoniate se vi invito tutti ad ascoltarvi questa meraviglia senza dire altro.
Un velo di amarezza di stende lungo un trittico di canzoni che rappresentano forse il momento più pessimista dell’album, la nera “Where do we go now but nowhere?”, titolo che è tutto un programma, la spagnoleggiante e amara “West Country Girl” e la triste song d’addio “Black Hair”, in cui il basso e la fisarmonica, assieme alla voce di un Nick che sembra trattenera le lacrime, danno uno struggente senso di nostalgia.
“Idiot prayer” è un’altra gemma assoluta, un altro esempio di pura poesia in cui il singer australiano unisce alla perfezione preghiera e canzone d’amore, un mix di sacro e profano interpretato con un tono di franca amarezza che ancora una volta colpisce nel segno. Impossibile restare indifferenti a una ballata del genere…
“Far from me”, un altro ulteriore esempio di sentimento e raffinatezza mentre il compito di mettere una fine all’album spetta a “Green Eyes”: pianoforte, violino e la voce di Nick che si esalta cercando di colpirci al cuore per un’ultima volta, in questi poco più di tre minuti finali. Sì forse è solo la solita canzone d’amore, il solito invito al “carpe diem”… ma vogliamo mettere come lo dice lui?
Poco altro da dire.
A prescindere dal fatto che vi piacciano Nick Cave o le ballate d’autore, “The Boatman’s Call” è un album pregno di sentimento, che non vuole solo deliziare le orecchie dell’ascoltatore ma pretende di raggiungere il cuore e la mente, vuole emozionare e farci pensare. Se siete in cerca di queste cose voi semplicemente dovrete ascoltarlo, senza stare a pensare a quale sia il genere di musica che preferite, non è questo il motivo per cui scegliere di ascoltare, di lasciarvi colpire dalla poesia che contiene quest’album.