Divine Comedy, The – Liberation

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Vista la bassa tiratura del precedente album Liberation è da molti considerato il primo e vero Lp da parte dei Divine Comedy, evista la poca reperibilità del precedente anche noi faremo lo stesso. Proprio quando l’inghilterra si è assorbita da un sound baggy in trasformazione e i gruppi stavano approdando al dreampop/pop o al noelrock fa breccia nel panorama musicale Neil Hannon, uno che l’inghilterra ce l’ha nelle vene ma non come gli altri gruppi. Hannon è l’inglese colto, nobile, estremamente sensibile e un po’ snob e la sua musica è proprio come lui: differente;e potremmo anche aggiungere superiore come intenti e fattura, estremamente contro-moda pur risultando trendy. Liberation infatti non fa affatto uso di chitarre elettriche e relative effetti, niente tastiera o moog, e alla batteria si contrappone spesso l’uso di percussioni; questo perchè più che una band i Divine Comedy possono essere definiti un’orchestra il cui direttore è lo stesso Hannon: corni francesi, violini, mandolini, timpani..dai suoni e gli arrangiamenti tipicamente barocchi il disco lascia cadere lo spaesato ascoltatore in una messa in scena di un’opera novecentesca in un antico teatro. Festive Road sembra un minuetto col suo piano frivolo e giocosomentre Death of a Supernaturalist fa un ottimo uso di archi e violini., questa è la seconda canzone e ancora non è entrata in scena la batteria. Una follia al tempo, se pensiamo poi che le 2 canzoni appena citate sono canzoni a tutti gli effetti, con tanto di struttura e non divagazioni strumentali. Quando finalmente sulla terza traccia il batterista entra in azione (Bernic Bobs Her Hair) sembra di sentire gli Smiths, ma solo nei suoni. Per quanto infatti potrete cercare in giro e per quanto potranno consigliarvi gli altri siti nessuno ha mai avuto lo stesso sound dei Divine Comedy. Vi citeranno i Beatles per il pregevole gusto nel fare pop (l’incalzante I Was Born Yesterday, Your Daddy’s Car), gli Auteurs per quell’uso della malinconia e del sentimento (Victoria Falls), gli Smiths per il loro sound new wave (Queen of the South), o E.Collins per il loro sottile romanticismo e tributo ai grandi del passato (Lucy, un pregevole musicato su un testo di Wordsworth), ma alla fine loro sono unici. Hanno quel modo di porsi nei confronti della musica che fa anche la più semplice delle pop song (Europop) qualcosa di estremamente colto pu essendo accessibile a tutti, elevato pur senza ricorrere a impesabili innovazioni, chic senza essere necessariamente alla moda. Un vero incanto si riesce a spiegare ma conquista per tutta la durata del disco. Per un gruppo che era partito come un guitar-pop in stile Rem è un passo da gigante.