Marta Sui Tubi – Muscoli E Dei

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Chitarre acustiche, batteria, voci, e qualche maneggio di elettronica/distorsioni quà e là. In fondo questi sono i Marta Sui Tubi, duo da Marsala/Bologna, questo usano, nulla di più. E’ come lo usano che stupisce, e anche parecchio.
Destrutturazione del folk, reinvenzione del cantautorato italiano, ricerca filologica, metrica, ritmica, delirio, pop, nervi scoperti, lirismo, un tronco di legno di 32 minuti che si deflagra in schegge impazzite, attitudine punk, continui cambi di toni durante le canzoni stesse, delirio, ironia.
I Marta Sui Tubi riescono a passare da Vinicio Capossela al punk, dal cantautorato italiano alla musica popolare, da ballad a inserti pop-obliqui, dal cazzeggio più assoluto alla serietà più profonda.
Come se fosse un lungo viaggio in campagna, ma in acido.

Il filo conduttore dell’intero album è forse la voce, l’uso della metrica. Il modo di cantare è nevrotico, una linea di tensione si percepisce in tutti e undici gli episodi del disco, la ricerca delle parole, dei suoni, della velocità nel cantare quasi come fosse uno scioglilingua è impressionante. Un uso delle parole e una ricerca che non avevo ancora mai ascoltato prima d’ora. Ironia acida, serietà sbilenca quello che viene cantato, nervi a fior di pelle quello che si percepisce (“non avevi neanche i soldi per comprarti le palle [..] se non fosse stato per quel tuo continuo sistemare i capelli, sarebbe stata una bella partita”) fino a spegnersi in momenti di dolcezza (“guardami cambiare forma dopo forma ancora respirare i tuoi capelli dentro un giorno nuovo”).

Muscoli e Dei passa attraverso momenti di folk supersonico, quasi punk e grunge più violento nell’attitudine (“L’Equilibrista”, “Stitichezza Cronica”) o sdrammatizzato e quasi ironico (“Sei Dicembre”), soffici momenti prettamente pop, ma di alto lirismo grazie a testi mai scontati (“Vecchi Difetti”) o di alto valore emozionale registrati come se fossero live, con sottofondo voce della gente, rendendo così tutto più intimo (“Sole”). Attraverso ritmiche intrecciate di chitarra e cambi di tempo nevrotici influenzati chiaramente da schegge-episodi progressive (“Muscoli e Dei”), o tramite l’ossessività disillusa di un monologo accompagnato da un tappeto di batteria e di riverberi di chitarre che nel finale ripete fino all’autoconvinzione “io non ho sentimenti, solo sensazioni” (“Post”). Tocca momenti di meta-musica simulando addirittura tramite la struttura di un vago mambo la dinamicità di un incontro di tennis giocato a denti stretti e pugni chiusi (“Volè”), e minuti di pura apnea, recitazione velocissima di una storia su un accompagnamento frenetico di chitarra, che quando finisce tiriamo un sospiro di sollievo -sfido chiunque a stargli dietro!- (“Il Giorno Del Mio Compleanno”) per arrivare infine a episodi che si avvicinano più di qualunque altra cosa al classico cantautorato, di classe e poetico, italiano (“Le Cose Cambiano”, “Steno”).

Un disco eclettico, nessun pezzo inutile o pesante o fuori contesto, sicuramente una sorpresa non da poco nella scena italiana che ultimamente riesce sempre più spesso a ricaricarsi di aria fresca. Promettenti e da seguire con interesse.