Overhead – No Time Between

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“Silent Witness” degli Overhead era stato per il sottoscritto uno dei cd più intensi della passata stagione: un abile concentrato di rock pop da camera, contaminato da suggestioni jazzistiche straordinarie nella loro dolcezza. Ed ora mi trovo tra le mani il nuovo cd degli Overhead, e dopo innumerevoli ascolti purtroppo non posso far altro che manifestare la mia delusione. Se il lavoro d’esordio si era distinto per eleganza e profondità davvero non comuni in ambito rock, questo “No time Between” si pone come esatto opposto, sfoggiando ruvidezza sia compositiva che sonora in un rock che davvero poco ha da farsi apprezzare. Gran parte delle responsabilità credo siano da imputare al leader Nicolas Leroux : se nel disco precedente si era accerchiato di ottimi musicisti talmente bravi e calati nel ruolo, tanto da far credere a tutti che gli Overhead fossero una vera “band”, in questo disco il nostro prende in mano tutto, dalla chitarra alla batteria, dimostrando a tratti scarsa abilità e poco gusto e avvalendosi di saltuarie collaborazioni con musicisti poco incisivi a conti fatti. L’inizio delicato di “Talk real” è una promessa non mantenuta, poiché si rivela come uno dei rari momenti riusciti del disco, e lascia subito il posto a sferzate elettriche aspre e fuori luogo. La solennità di “Silent Witness” muta in questo disco in uno scanzonato brit pop rock da festival estivo e dona vita ad una sorta di piccoli Muse spompati in lo-fi per giunta, che per un musicista del valore di Leroux appare davvero poca cosa, in più si dimostra irritante la scelta di inadentrarsi in territori così poco adatti alla sua sensibilità artistica. Qualche buon episodio d’atmosfera intorno alla metà del disco (“Slow Dive” – a proposito, vi dice niente? -, “Second Thought” ), ma dite addio alle vibranti escursioni quasi jazz di “Silent Witness”, dite addio ai fantastici vocalizzi di Nicolas in mezzo alla classe di grandi brani come “The Sky Lit Up”, che oggi sono purtroppo solo un triste ricordo. Persino nei migliori momenti del disco, che sono purtroppo davvero pochi, si respira comunque una certa aria di approssimazione che condanna le sorti del disco. Non basta dunque la conclusiva “From flesh to purple sky”, tentativo subdolo e in fondo mal riuscito di accontentare chi ha amato “Silent Witness”, a farci evitare di parlare di passo falso riferendosi a questo “No time between”, che abbiamo l’ottimismo e la bontà di definirlo, in ultimissimo appello, “disco di transizione”, visto l’affetto che ci lega al disco precedente, che continuiamo a raccomandare senz’altro e speriamo voglia essere il punto di partenza per i futuri progetti musicali di Nicolas Leroux.