Charles, Ray – Genius Loves Company

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Qualche giorno fa ho sentito alla radio che Ray Charles nel corso della sua lunghissima e gloriosa carriera non aveva mai ottenuto il disco di platino. La cosa mi ha sorpreso non poco soprattutto pensando che pochi giorni prima, facendo zapping, mi sono imbattuto in uno special sulle giovani star del pop e ho visto dischi di platino in quantità industriale mostrati con orgoglio dalle varie Britney, Christina, Beyoncè e compagnia. Che queste signorine (ma anche molti signorini) vendessero molto lo sapevo ma che uno come Ray fosse , nelle vendite, così indietro rispetto a loro mi ha fatto davvero riflettere. Il genius è certamente uno dei 5 musicisti più importanti del secolo scorso, per molti il più importante in assoluto. Di certo la sua influenza ha toccato musicisti di ogni razza e di ogni genere, altrettanto certamente tutta la musica black, dal blues al jazz passando per il gospel, il funk e arrivando fino al SUO soul non sarebbe quella che è senza l’apporto di questo straordinario artista. Ma non solo, Ray è stato anche un grande dello swing e di certo pop fatto con classe, ma anche sotto molti punti di vista del rock, diretto discendente della musica black. Non è un caso che migliaia e migliaia di artisti lo mettano in testa alle loro preferenze. Se un personaggio simile in 50 anni di carriera nonha vinto quello che ragazzette insulse hanno ottenuto solo mostrando le curve, beh vuol dire che davvero c’è qualche cosa che non va. Ironia della sorte è di questi giorni la notizia che “Genius Loves Company” ha vinto il disco di platino, la cosa mi ha fatto riflettere perchè, quando subito a cavallo della sua morte, ho sentito parlare dell’uscita di questo album di duetti subito ho pensato che fosse la solita schifosa operazione di sfruttamento, dove qualche furbastro aveva assemblato in fretta e furia brani presi qua e là nell’immenso repertorio del genio. Poi invece ho appreso che così non era. Ray aveva deciso di fare il suo primo album di duetti e lo aveva registrato prima della morte. Questa notizia mi ha rinfrancato e mi ha fatto assaporare questo album nel modo che merita. Bene partiamo dall’inizio e cioè dagli ospiti che accompagnano the genius in quello che, purtroppo, è il suo ultimo viaggio musicale o se preferite il suo testamento. Ray ha voluto riunire attorno a sé un gruppo di artisti di indubbio spessore ma molto variegato. Ci sono amici di vecchia data, artisti che lui stimava, altri più giovani che lo hanno sempre indicato come il loro maestro, ci sono artisti bianchi e neri, uomini e donne. Questo forse per rappresentare l’universalità della sua musica,una musica che va oltre i generi perchè il nostro li ha suonati davvero tutti o quasi. Diciamo subito che tutti gli ospiti fanno bene la loro parte, le canzoni sono tutte belle, alcune splendide, e ci danno modo di ascoltare Charles alle prese con un po’ tutti i generi di riferimento. Il disco si apre con “Here We Go Again” che vede la partecipazione di Norah Jones. Brano dolce con ovviamente le voci come protagoniste; quella delicata e sensuale della Jones che si scontra e si accompagna a quella profonda e roca di Ray creando uno splendido effetto avvolgente. James Taylor si fa apprezzare con una bella prova in “Sweet Potato Pie” che si avvale anche di un bellissimo accompagnamento musicale dove spicca l’ottima sezione fiati. “You Don’t Know Me” vede la partecipazione di Diana Krall: si tratta di una dolce ballata dalle tinte jazz ottima per la signora Costello. Fino a qui canzoni certamente belle ma nulla di speciale. Le vere gemme del disco a mio avviso sono 4 e la prima è senza dubbio” Sorry Seems To Be The Hardest Word” ; ballatona strappalacrime ma davvero irresistibile. Non sono certamente un fan di sir Elton John ma devo ammettere che il nostro il mestiere lo consoce e quando si tratta di cimentarsi con questo genere di canzoni ha davvero pochi rivali. Voce splendida la sua che non sfigura affatto al fianco di quella di Ray che ci regala una prova di classe immensa. Se penso che questa meravigliosa canzone è stata riportata alla ribalta dai Blue mi viene la pelle d’oca. FAte voi il confronto tra le due, è certamente utile per capire molte cose sull’attuale music biz… Un altro grande classico recentemente ascoltato in un’altra versione ( quella di Bublè che è tutt’altra cosa rispetto ai Blue) è “Fever”. A far compagnia al genius c’è in questa occasione Natalie Cole. La figlia di “Re Nat” ci dà dentro con classe e Ray la segue, grande esecuzione senza dubbio. “Do I Ever Cross Your Mind” si apre con la slide di Bonnie Raitt e la voce di Ray che confezionano una bella ballata a cavallo tra blues e soul. Bonnie ha una voce molto black e fa la sua bella figura. La seconda gemma del disco è “It Was A Very Good Year” e vede protagonista un personaggio che proprio come Ray ha fatto la storia della musica. Parlo ovviamente di Willie Nelson, grande amico di Charles. I due ci regalano una prova di grandissima classe, con alle spalle un toccante accompagnamento orchestrale, snocciolano una versione da togliere il fiato di questo super classico, che davvero potrà far cadere qualche lacrima dai vostri occhi. Certamente meno riuscita è invece “Hey Girl” con Michael McDonald, mentre straordinaria (è la gemma numero 3) è “Sinner’s Prayer” con BB King. Due voci da urlo più la magia di Lucille per uno slow da antologia. E’ ora il turno del gospel e arriva una travolgente “Heaven Help Us All” con una irresistibile Gladys Knight; non siamo al livello di capolavoro ma ci andiamo davvero molto vicini. Non mi convince a in pieno invece “Somewhere Over The Rainbow” eseguita con Johnny Mathis: sarà che ho sempre nelle orecchie la versione di Izrael ma questa è un pochino troppo mielosa. Il disco si chiude con l’ultima gemma: “Crazy Love” è registrata dal vivo con Van Morrison. La canzone non ha certo bisogno di presentazioni essendo un caposaldo della nostra musica. The e Man e The Genius ci regalano un soul da brividi, due voci da lasciare di stucco, roba che te le senti direttamente nello stomaco e quando la song prende quota è davvero difficile restare seduti davanti a tale e tanta magia.
“Genius Loves Company” è un signor disco senza dubbio, non un capolavoro ma un album che onora come si deve il grande Ray Charles, sarà banale ma senza di lui il mondo della musica non sarà più lo stesso. Ci mancherai tanto Ray.