Jetlag – On the air

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Il lavoro dei Jetlag si rivela essere il disco più interessante uscito nel panorama italiano durante questa prima parte di 2005. On the air è un disco cerebrale, ma non un concept album, ha un suo modo di suonare ma non uno stile fisso, ha una quantità impressionante di collaborazioni che non ne pregiudicano la personalità, ma anzi la rafforzano.
Jetlag – “la piacevole fragranza del fuori sincrono”. Questa definizione è data da Enrico Ghezzi che appare nella prima traccia come voce narrante, e riassume in un certo senso il mood di tutto il lavoro, “sei macchina ed entri in un aereo continuando a camminare” specifica lo stesso Ghezzi.
Ed il disco è proprio così: una serie di artisti (le macchine) che entrano in un progetto superiore (l’aereo dei Jetlag) continuando a suonare il loro stile (la macchina che si muove) che viene modificato relativamente dai Jetlag (il moto dell’aereo). In una parola decontestualizzazione artistica.
Troppo filosofico? Troppo cervellotico? Può darsi ma il disco funziona, colpisce e conquista. On Air è perfetto sotto tutti i punti di vista, riesce a sfamare chi ha fame di pop e dissetare quelli che hanno sete di album “con i contenuti”, è pieno di ritmi e ritornelli che sono allo stesso tempo catchy e profondi, suona vintage con quella sua nostalgia di dancefloor spensierato e allo stesso tempo è terribilmente moderno.
Già… “moderno”. Il disco dei Jetlag, dal punto di vista della produzione, “sta avanti” (che termine Giovane!). La cura nei suoni e negli arrangiamenti farebbe impallidire i produttori di gente come Kylie Minogue… Lo so che non è un nome su cui far riferimento, ma riconoscendo a Cesare quel che è di Cesare la Minogue ha quella serie di suoni glitch perfetti, che non si perdono in accessi da brama di classifica (Sophie Ellis Bextor) né in esagerazioni techno (Miss Kittin). Non per niente gli artisti del remix hanno un debole per lei. Ma non stiamo qui a parlare della nana Minogue (anche perché poi mi viene da dire che la Minogue conferma il detto Donna nana… vabbè).
Si prenda come esempio il singolo di promozione Don’t Talk To Me, un brano accattivante col suo synth, e un ritornello costruito ad arte, che corona con un lancio nella seconda parte del chorus con la batteria tipicamente dance. Un missaggio piacione avrebbe di sicuro fatto del pezzo la hit da classifica, accentuando il lato ballabile del brano e portandolo ad essere un pezzo alla Subsonica. Ma i Jetlag non cercano certo questo, anche perché i Jetlag non compongono per la classifica dei dischi italiani né per MTV, suonano principalmente per loro, riuscendo così a conquistare l’attenzione dell’ascoltatore che si accorge di essere fronte a un’idea che precede la musica.

Don’t talk to me, In amore e Happiness sono i momenti interamente affidati ai 3 piloti (Livio Magnini (chitarrista dei Bluvertigo e produttore), in compagnia di Jacopo Rondinelli (musicista e designer) e Emilio Cozzi (già voce di Kaoslord e Monksoda, ora giornalista), che comunicano (quasi in stile “Buongiorno passeggeri del volo XXX è il comandante che vi parla”) il loro stile nella musica: un un synth-pop dai ricordi della new wave fatta di sintetizzatori, loopstation, campionamenti e batterie elettroniche che si bilancia e si scalda l’anima con la personalità musicale dei vari artisti che, brano dopo brano, si alternano nel posto di co-piloti.
Fanno infatti parte dell’equipaggio Enrico Ghezzi e Alessandro Haber (voci narranti rispettivamente su Jetlag effect e Nuvolare), Bersani, Amanda Lear (solo lei avrebbe saputo dare quella tono di sexual-party in stile Dimitri from Paris al brano Martini Disease), Martina Topley Bird (sempre splendida la sua voce su Need a Call)e poi Flavio Ferri e Georgeanne_Kalwei, Andy dei Bluvertigo… Bisognerebbe analizzare canzone per canzone il disco per parlare dell’infinità di messaggi, stili, arrangiamenti e racconti racchiusi in esso. Ma poiché non amo le recensioni totalmente didascaliche mi soffermerò sui brani più significativi e che meglio incarnano i vari aspetti del lavoro.
Il pezzo che mi ha più colpito è Il Gangster Dell’Amore, con La banda Osiris: un racconto come solo Fred Buscaglione saprebbe fare, una storia di amori e vendette incorniciata tra i ritmi degli ottoni e dei campionatori. Rappresenta la fantastica capacità dei Jetlag di essere modernamente vintage, avere radici fisse nella canzone italiana ma non soffermarsi né ancorarsi al passato: conoscerlo per reinterpretarlo, impararne la lezione e metterla a frutto.
E’ necessario, pezzo in cui Max Gazzè suona e canta in stile funky, chiarisce l’attitudine alla musica: fondamentalmente giocosa e dotata di una personalità frizzante e un carattere brillante. Sarà il nuovo singolo e sono sicuro lo sentirete molto girare per radio.
Slow Burn con Mario Venuti, è il lato riflessivo del lavoro. Incorniciati da un arrangiamento dai toni dub, con quei bump della batteria che scandiscono il tempo e il basso che lancia il chorus, e dai cori di voci che accompagnano l’andamento del brano si racchiude un testo profondo e riflessivo, che sembra un po’ un auto-esame da seduta di psichiatra. Fascinosamente ipnotico.
Industrial di Giorgia rappresenta invece il Modus operandi dei 3, ascoltandola si capisce immediatamente che è un brando di e “alla” Giorgia, ma allo stesso momento risulta evidente che mai e poi mai Giorgia sarebbe stata in grado di re-inventarsi in questa maniera. E lei e allo stesso momento non è come lei, o meglio ancora è lei ma agisce in un contesto non propriamente sua, vittima del (o dei) Jetlag.

Un album che si differenzia in tutto e per tutto dal panorama nostrano, diventando un po’ il One Giant Leap (lo ricordate?) made in Italy. Da ascoltare per l’idea, da ascoltare per i suoni, da ascoltare per gli stili e per le collaborazioni.
Da ascoltare per il piacere del jetlag stesso: viaggio nel viaggio da affrontare senza “allacciare le cinture e posizionare lo sistemare in posizione eretta”!