Guryan, Margo – Take a picture

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

In tempi di forte rivalutazione del pop dei Sixties,e di una gradevolissima fioritura di gruppi che a queste sonorità si ispirano apertamente,e’ forse il caso di armarsi di coraggio e mettere le cose nella giusta prospettiva,andando a ripescare un tesoro sprofondato decenni fa nell’oceano della memoria,e da poco riportato alla luce grazie ad una provvidenziale pubblicazione in cd,dato che le quotazioni dei rari vinili,avevano raggiunto quotazioni a dir poco stellari. Seppure l’etichetta pop può apparire limitativa per un disco che si nutre di spore di psichedelia soffusa ed ammaliante,di exotica cullante e nostalgica(di posti mai visti…e per questo ancora piu’vivi…),del jazz d’ascolto più felino e sinuoso,questa raccolta di canzoni va inserita di diritto tra gli episodi migliori di quella indimenticabile stagione,nella quale non era raro ascoltare brani di tre minuti, cesellati con cura certosina del particolare,senza per questo rinunciare all’istinto melodico e a quel pizzico di follia compositiva,microcosmi in grado di contenere intere esistenze nel tempo di un caffè. Margo prese a studiare musica fin dall’infanzia,grazie al pianoforte regalatole da un padre lungimirante,proseguì poi all’università di Boston seguendo dapprima corsi di musica classica,abbandonati per dedicarsi al jazz, infatuata dai prodigi creativi di Billy Evans e Miles Davis. Tutto questo finchè ,galeotto fu l’ascolto di “Pet sounds”dei Beach Boys(come darle torto,del resto…),non comprese che il suo futuro era da tutt’altra parte,e la sua pentola d’oro giaceva ai piedi di un arcobaleno fatto di canzoni,di ritmo e di colori. Cominciò quindi a scrivere tutta una serie di canzoni,che per una certa timidezza e naturale ritrosia,affidava ad altri artisti. Ma nell’anno del signore 1968 il produttore Creed Taylor la convinse ad incidere un album in proprio,uscito su Bell Records,e mai consiglio fu tanto saggio. Un disco che e’una boccata d’aria fresca,una passeggiata in campo di fiori con il sole e tanto di uccellini tutto intorno,riflessivo e dolce,pensieroso e subito dopo pronto a sorridere perché forse,il peggio è passato. A Dio piacendo(e si vede che non Gli piacque troppo….),poteva essere un successo clamoroso,un colpo al cerchio della critica,e uno alla botte del pubblico. Si parte con una “Sunday morning”che ci da il primo piacevole appuntamento con la voce sussurrante e sottile della nostra,qualcosa del folk rock dei Fairport,tra una chitarrina inquieta e un continuo crescendo. Gradevole si,ma non e’ certo per questa canzoncina che starei a scrivere di lei. Per “Sun”invece potrei pubblicare una Treccani di iperboli,complimenti e vibrazioni.La sua voce morbida e sinuosa conduce tra tiepidi vapori psichedelici,una giostra di flauti e fiati,una melodia pacifica ed inquieta al contempo,incredibile. Due minuti e mezzo(questa e’ la durata media dei brani della raccolta….) di struggimento d’amore, ascoltando melodie portate dal vento stando alla finestra,questa è “love thoughts”,malinconica torch song senza tempo. Difficile individuare un climax,ma la melodia di “don’t go away” è da brividi,passo svelto e svolazzi d’archi inseguiti da un pianoforte irretito. Questa formula,in continuo equilibrio tra arrangiamenti preziosi e variegati,scritti dall’autrice stessa,e una capacità di tessere armonie delicate e coinvolgenti,avrebbero potuto farne un’altra Carole King,o una Joni Mitchell meno “rigida”,come dimostra l’acquerello della title track,o la marcetta degna davvero di un Wilson bambino,di “What can i do”,al pari della commovente e superba “think of me”,una “god only knows”figlia del rimpianto e della melanconia. Chiude l’inattesa “love”,che parte come strumentale quadretto sospeso tra gli isterismi di una sezione ritmica incantata e le svisate di flauto,chitarra e quant’altro,per poi trasformarsi in una linea vocale arabeggiante:un congedo che non fa altro che confermare la caratura del personaggio. Difficile comprendere perché tutto questo,e tutto quello che lascio non svelato affinché possiate provare il piacere della scoperta,non bastò alla nostra per guadagnare una seppur minima visibilità. Di certo c’è che il carattere estremamente emotivo di Margo,le impedì di esibirsi dal vivo con continuità,e questo costituì un forte ostacolo alla promozione del disco,soprattutto in un periodo caratterizzato dall’uscita di un gran numero di gruppi prettamente rock, che proprio in veste live dimostravano il meglio di sè. Forse non si trattava del periodo giusto perché questo caleidoscopio di meraviglie pop potesse suscitare molta attenzione,e forse la carezzevole riservatezza di questi episodi ne fanno inevitabilmente merce per pochi,che però,una volta entrati in contatto con queste pagine di diario,le frequenteranno con entusiasta assiduità. Dopo il 1968 Margo continuerà scrivere pezzi per altri artisti,molti dei quali saranno destinati ad entrare nelle classifiche e a stazionarci per un lungo tempo(tra i beneficiari delle sue creazioni,ricordiamo Astrud GIlberto,Julie London,Mama Cass…),per poi passare alla produzione musicale,e infine all’insegnamento che tuttora la occupa a tempo pieno. La splendida ristampa,con tanto di digipack e strepitose bonus tracks,della benemerita label iberica Sierra Records,datata 2000,permette finalmente a chiunque lo desideri,di lasciarsi conquistare dalle piccole perle rilasciate da questa misconosciuta signora del pop,che nonostante il rinato interesse intorno al suo nome,non sembra voler cedere alle lusinghe e alle proposte relative a nuovi album. Ci rammarichiamo di non potere ascoltare altro,oltre a questo disco e alla raccolta “thoughts”del 2000,che mette insieme demo,pezzi sparsi ed inediti scritti nell’arco di un trentennio,ma preferiamo che segua la sua ispirazione e non macchi un nome capace di evocare solo ricordi positivi. Sono sicuro che anche voi custodirete gelosamente il suo nome,al sicuro,in quella cavità che vi sta in petto. Michele Pinto