Valentina Dorme – Il Coraggio Dei Piuma

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Partiamo del presupposto che, per chi scrive, Capelli Rame fu il capolavoro della musica italiana, al pari dei lavori dei Massimo Volume o CSI, tanto per fare nomi che farebbero impallidire chiunque si accingesse a prendere in mano un qualunque strumento. Non che ci fosse qualche affinità con i gruppi citati, ma il sentore che quello sarebbe stato un album pronto a lasciare un profondo segno ce l’avevano un po’ tutti. Il ritorno dei Valentina Dorme è segnato da una profonda rivoluzione interna che molti hanno precipitosamente scambiato per un calo di tono e d’ispirazione: sebbene Il Coraggio Dei Piuma non faccia altro che stabilire l’imponente poetica di Favero nel clima italiano, dall’altra parte pone un freno radicale alle spigolosità new wave dell’esordio per tuffarsi in una lucida disamina cantautorale del senso d’arresa. Di Capelli Rame resta la prima traccia, Dobermann e la foto di lei di spalle sul booklet; il resto dell’album scivola via come sangue nelle vene, senza nessun sobbalzo, come se il declino raccontato nei testi fosse l’unica soluzione possibile, pervaso solamente da un’inquietudine di fondo ormai quasi arresa al quotidiano e all’abitudine. Se il precedente conservava ancora la rabbia paranoica, il Coraggio Dei Piuma, complice un apporto sonico alle composizioni ora rivolte a disturbante sottofondo o etereo arpeggio, mette davanti all’ascoltatore un mondo per lo più passivo, arreso (forse non mi ami più, ma non ho che te a riempire questa mia vita immobile), vinto dalle sfaccettature più negativamente complicate dell’amore (L’amore a trent’anni). I Valentina Dorme riescono pienamente nell’obiettivo di non ripetersi e di creare il secondo capolavoro, immensamente diverso, immensamente grandioso e poetico. Avvicinatevi, ma sappiate già da ora che vi farà dannatamente male.