Antimatter – Planetary Confinement

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Dopo un valido esordio in chiave gothic e un degno successore molto ammiccante a sonorità trip-hop, gli Antimatter cambiano ancora pelle, proponendoci questa volta un album acustico. Nato sotto il segno degli Anathema, la band ha dimostrato da subito di possedere una grande personalità, limitandosi a non essere solamente «il nuovo progetto solista di Duncan Patterson, l’ex bassista dei fratelli Cavanagh», che ha annunciato di voler lasciare gli Antimatter, consegnando il progetto nelle mani di Mick Moss, per dedicarsi a una nuova realtà a nome “Ion” (sentiremo cosa ci riserverà stavolta il nostro). “Planetary Confinement” non si discosta dal mood crepuscolare che da sempre caratterizza gli Antimatter, è uno di quei classici album autunnali in cui una dolce malinconia la fa da padrone, riuscendo a farci vedere un cielo grigio e piovoso anche quando fuori dalla finestra splende il sole. Che la cosa sia un pregio o un difetto sta all’ascoltatore dirlo in ultima istanza. Mick Moss e i suoi collaboratori hanno preso una strada sicura, un po’ come hanno già fatto gli Opeth con “Damnation”, e all’ascoltatore più critico quest’album rischia di sembrare un bluff, pensando «non è certo gothic, però…»; è fuor di dubbio che gli Antimatter non abbiano dato vita a un album rivoluzionario, eppure Moss e soci sono riusciti a dar vita a un prodotto ancora una volta molto personale e caratterizzato da un’emotività pura e sincera, il loro non è un semplice adagiarsi su stereotipi consolidati e arrivare a pensare che «quel violino ricorda molto quello dei My Dying Bride dei bei tempi» non rende affatto giustizia alla bellezza del disco. Meglio pensare alle toccanti interpretazioni di Moss, davvero in stato di grazia, brani come “Legions” o “Weight of the World” – registrati nelle “English sessions” – entrano dritti nel cuore con la loro struggente malinconia e i delicati arpeggi di chitarra. Meno convincenti sono a mio avviso risultate le “Irish sessions” con cui Duncan saluta il gruppo: accanto a brani di assoluto valore come “Relapse” o la insolita, cantilenante “Mr. White” troviamo infatti una intro al pianoforte abbastanza scialba e banalotta – “Planetary Confinement”, che mi aveva fatto seriamente temere per il prosieguo dell’album – e una “Eternity part 23” che risulta essere solamente una chiusura poco convincente: a che scopo una nuova aggiunta a un concept riuscito come quello di “Eternity”, ma soprattutto perché proseguire un album degli Anatema in questa sede, inserendo un brano in gran parte ambient che poco ci azzecca col resto del disco? Ad ogni modo, Patterson nei suoi brani mostra una buona vena compositiva e l’ottima interpretazione di Amelie Festa li impreziosisce ulteriormente – “Line of Fire” su tutti. Un ultima pecca che ho riscontrato è appunto la divisione del lavoro in due sessioni e con musicisti diversi, che fa di “Planetary Confinement” un vero e proprio split album, con delle profonde fratture fra un brano e l’altro: perché mai realizzare un disco in questo modo? Il risultato è stato davvero valido, questo è fuor di dubbio, però non posso che rammaricarmi pensando che sarebbe potuta andare ancora meglio di così. In ogni caso, bravissimi ancora una volta, e un sincero «in bocca al lupo» a Duncan per il suo nuovo progetto.