Frames, The – Burn the maps

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

L’Irlanda che non t’aspetti, quella nascosta nell’ombra, quella che si strugge in un angolo. I Frames vengono proprio da lì, e col passare degli anni hanno confezionato sei dischi. Sono stati più volte accostati ai Low o ai Radiohead di “The bends”, e il paragone ci può stare, ma mischiati con la vena più autunnale dei Travis di “The invisible band”, e centrifugati con arrangiamenti alla I Am Kloot. Ma i parallelismi lasciano il tempo che trovano per un disco, questo “Burn the maps”, il cui centro è innegabilmente emotivo, personale e intenso. Già, perché i Frames vivono in uno stato allucinato, una campana di vetro (“Underglass”) che li trattiene in quel limbo tra il sonno e la realtà (“Dream awake”) in cui si fa fatica a dormire in modo placido (quella frase, “I can’t sleep”, che viene sussurrata in modo toccante e continuativo in “Keepsake”) perchè il dolore che ognuno tiene nascosto si fa sempre sentire (“Suffer in silence”), il dolore della solitudine, quello dell’amore, il dolore dei rapporti umani che si sfaldano inesorabili (“You’re putting a line where there should be not a line, and your buildings divide” cantano in “Happy”, titolo quanto mai ironico). La perdita di ogni equilibrio e di ogni orientamento ha prodotto un mondo a sé, composto da voci e suoni scarni e dilatati che a tratti si comprimono per poi aprirsi nel ritornello, e il tutto si coagula in splendide ballate (“Locusts” è eccezionale), perché dopotutto “c’è un ordine nel suono”, come affermano in “A caution to the bird”, e l’ordine che i quattro irlandesi assegnano alle loro derive sonore è dato dalla disarmante semplicità. Questo è il disco che i Coldplay avrebbero voluto fare dopo “Parachutes”, ma se è uscito dalle menti e dalle mani dei Frames vorrà pur significare qualcosa.