Suzanne Vega – 99.9 F°

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Dopo il clamoroso successo di “Solitude Standing” e il singolo “My Name Is Luka”, Suzanne Vega, una delle maggiori folk singer che abbiamo ereditato dagli anni 80, si affaccia negli anni 90 con un album bellissimo, maturo ma sfortunato (“Days of Open Hand”). Per l’album successivo, “99.9 F°” (1992), quello di cui mi accingo a parlarvi, Suzanne decide di spostare i suoi interessi in territori ancora poco esplorati per una folk singer, andando ad anticipare in modo del tutto inconsapevole quello che in molti oggi chiamano folktronica. Già dall’attacco di “Rock in this pocket” è possibile apprezzare una notevole influenza da parte della musica elettronica per quel che riguarda certe combinazioni ritmiche e sonore sullo sfondo, il che conferisce novità e freschezza ad un folk malinconico e lunare. Non potendo contare su un’ugola granchè incline al virtuosismo, Suzanne Vega si concentra invece sull’epressività e sull’emozione che suscita il suo bellissimo timbro vocale, rimanendo dunque ben lontana dalle attrazioni soul che al tempo stavano spopolando in tutto il mondo civilizzato. E la cosa le viene benissimo, poichè Suzanne riesce persino a risultare incantevole, in special modo su “In Liverpool”, bellissima e delicata ballata folk che avrebbe meritato un altro destino. Straordinario, nonché curioso, l’esperimento tra folk e rumorismo elettronico, supportato da un groove di basso coinvolgente in “Blood makes noise”, che si ripeterà anche nella bella title track. Non mancano episodi più in linea con la tradizione folk della Vega come la cupa “Bad Wisdom” e la tristissima “Blood Sings” ma l’apice emotivo è raggiunto nella conclusiva “Song of Sand”, un’ alienante squarcio folk, in cui chitarra acustica e voce sono sufficienti a toccare gli animi, ma in cui Suzanne Vega decide di aggiungere una straordinaria parte di violini che rende il tutto ancor più emozionante. “99.9 F°” forse non sarà il più bell’album della Vega, ma senz’altro è il più personale e curioso per gli ambiti che lei stessa ha deciso di esplorare, prendendosi i rischi di una visibilità che stava diventando sempre meno forte, vuoi per le tendenze che al tempo stavano virando altrove, vuoi per la particolarità della musica proposta nel disco. Da riscoprire col senno di poi.