Clark, Gene – White Light

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Gene Clark abbandonò i Byrds all’apice del loro successo nel 1966, subito dopo avere contribuito alla realizzazione dello storico “Eight miles high”, e come dimostra la storia della meravigliosa band americana, i suoi compagni d’avventura seppero perfettamente fare a meno del suo contributo, sfornando capolavori a ripetizione con “Younger than yesterday”, “The notorious Byrd brothers” e “Sweetheart of the rodeo”. In prospettiva queste vicende contribuirono in un certo senso a renderlo un nome “minore” (in termini di fama, s’intende…) del rock contemporaneo, per quanto in realtà egli fosse stato la vera anima folk dei Byrds degli esordi e il suo contributo alla scrittura e agli arrangiamenti, per non dire dell’infinita poesia dei testi da lui firmati, fu di primissimo piano. Si favoleggiò molto sui reali motivi del distacco di Clark, ma senza indulgere troppo sui particolari, possiamo ritenere che la naturale ritrosia che lo portava a vivere male le lunghe tournee, unita ai già gravi problemi con alcool e droga, lo spinsero a cercare un oasi di pace tra i mille impegni già programmati per la band di McGuinn e soci. Dopo essersi concesso una pausa e avere raccolto le idee, si unì a Doug Dillard, musicista d’estrazione bluegrass, per un anno e mezzo e con il suo nuovo compagno di scorribande musicali realizzò a cavallo tra il 1968 e il 1969 due sfiziosissimi dischi di country’n’ roll, arricchiti di sfumature armoniche e strumentali realmente innovative per l’epoca. Nel 1971 decise finalmente di incidere il primo disco da solista, chiudendosi in studio con il chitarrista Taj Mahal e il produttore Jesse Ed Davis e in meno di 5 mesi l’album era pronto per incontrare il mondo là fuori. I brani erano nove, otto autografi e una suggestiva cover di “tears of rage” di Bob Dylan, registrati in modo piuttosto scarno ed essenziale, pastoso, in modo da lasciare intatta la purezza dello scorrere delle corde e il tono melanconico e caldo della voce di Clark, che emerge come una luce amica nella notte(… esattamente come nell’immagine di copertina, dalla quale il disco avrebbe preso il nome di “White light”, se una svista della casa discografica non lo avesse lasciato per sempre senza titolo…). Un disco classicamente cantautorale, voce, chitarre rigogliose e soffi di un’armonica sporca e ferita. Già,”classicamente”, poiché purtroppo per Clark al momento dell’uscita dell’album, questa forma canzone pareva essere stata perfettamente codificata dai fasti Dylaniani e dalle prime uscite del giovane Neil Young, e forse non furono molti a coglierne l’eccezionale qualità di scrittura e la portata storica della sua figura, che pur debuttando in così forte ritardo da solista, aveva lastricato con la vecchia band una strada dorata e destinata ad essere seguita da schiere di giovani musicisti. Un album questo, che per anni ha costituito una vera e propria chimera, il sogno proibito dei collezionisti e degli audiofili, per la mancanza di una ristampa in cd che sottraesse gli appassionati dal giogo del collezionismo milionario. Nel 2002 la Universal decide finalmente di fare uscire il compact disc, facendo così felici migliaia di appassionati sparsi per il mondo che per anni avevano solo potuto immaginarne le meraviglie decantate da una stampa che con il trascorrere dei decenni ha riconosciuto il valore assoluto dell’opera prima di Clark. L’irreperibilità del materiale aveva reso “Gene Clark” un vero e proprio culto, restituendogli quel ruolo di primo piano che forse in passato gli era stato ingiustamente negato, oltre ad accrescerne il fascino. A rendere l’operazione ancora più preziosa ecco cinque gustosi inediti e un invitantissimo mid price, tanto per renderne l’acquisto imprescindibile. Un’opera che con “The virgin ”non potrebbe aprirsi in maniera più ricca, una ballata come davanti al fuoco, una melodia d’ampio respiro come ad abbracciare il mondo, uno di quei canti di speranza cari a Dylan o al primo Buckley, amore per i primi e gli ultimi. Uno di quei brani che fai fatica ad immaginare scritti tanto appaiono aerei, come se fossero intorno a noi da sempre. Si continua cullati dalla malinconia di “ With tomorrow ”, paure e speranze per un domani che non si smette di conoscere, una canzone vergata da una penna di primissimo piano, qui forse davvero all’apice dello splendore. Jingle jangle e honky tonk, country, folk e beat per “White light”, canzone assolutamente Byrdsiana come a sottolineare chi era stato a plasmarne anima e cuore, un brano spumeggiante che vi ricorderà le pagine più briose dei suoi compagni in “Younger than yesterday”. “Because of you” ha un pavimento fatto di percussioni gentili, una voce davvero carica di soul (..e non e’solo un modo di dire, riporta ad un certo Otis….) e una melodia gentile, d’altri tempi, non saprei dire quali ma lontani dalle brutture di questi e di quelli, altre dimensioni forse. Non ci sono parentele, termini di paragone, solo una immensa ispirazione per immense semplici canzoni. Pare che Bob Dylan in persona invidiasse a Gene Clark la presenza nel suo canzoniere di un brano come “ A spanish guitar”, e c’è da dargli atto del buon gusto dimostrato dall’ammirazione per questa mirabile canzone. Un vero madrigale, un calembour di fiori e spine, il perfetto folk di un animo raccolto. Slide e armonica dinoccolate e sonnacchiose per “ Where my love lies asleep”, la cui melodia riporta non poco alla “No expectation” degli Stones di “Beggars banquet”. La stessa irresistibile indolenza, un momento di riposo sotto un sole cocente, con tanto di sombrero a nascondere gli occhi, forse le lacrime. A chiudere il sipario le atmosfere sospese della pensosa “1975”, suggello e punto esclamativo di un disco perfetto. C’ancora molto da scoprire e da raccontare in merito a quest’opera, ma ora sta a voi andare a coglierne l’ eredità e farla vostra una volta per tutte. Dopo avere consegnato alla storie queste pagine tanto vissute e fragili Gene Clark andrà avanti a scriverne per molto tempo ancora. I risultati saranno alterni così come le umane vicissitudini del nostro, destinato a farsi del male a lungo per mezzo degli eccessi che già ne avevano minato la carriera in passato. La sua avventura terrena si conclude nel 1991 a causa del suo cuore stremato tra il rimpianto di chi non era riuscito a salvarlo da se stesso. Le impronte dei suoi sogni sono destinate a restare impresse per molti giorni ancora.