The Strokes – First impressions of earth

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Quando un mesetto fa ho visto il video del primo estratto del terzo lavoro degli Strokes ho pensato “Si ok, fanno la solita roba, però bello potente, sta a vedere che tirano fuori un disco valido a gennaio.”. E invece rimango molto deluso da questo “First impressions of earth”, i fenomeni newyorkesi, capaci di dare vita a un fenomeno musicale che ha portato nei nostri stereo decine di gruppi che ricalcano questo stile modaiolo di rifare semplicissimo rock ispirandosi a tutto ciò che s’è già ascoltato negli anni non cambiano di una virgola, anzi continuano a cantarsela addosso e pur rimanendo incredibilmente “fighi” (restando perciò nel loro quadretto) iniziano a stufare. Se il primo disco l’avevo divorato, se “Room on fire” l’avevo ascoltato volentieri, ma per poco, questo nuovo cd inizia a diventare stantio, particolarmente in brani come “Razorblade” dove non si ascolta niente di nuovo se non l’ennesima canzoncina fatta a stampino. Certo nelle quattordici tracce ci sono episodi gradevoli come i semplici ma incisivi giri di chitarra di “Heart in a cage” o le linee vocali di “Ize of the world, ma personalmente trovo questo disco alquanto inutile e ancora peggio sornione nel suo ricalcare un successo componendo l’ennesimo lavoro uguale ai precedenti e adagiandosi sugli allori. Scusate, ma mi viene istintivo levare questo cd dallo stereo, almeno la smetto di sbadigliare (“15 minutes” credo s’intitoli così perché nonostante la durata sia minore sembra che non finisca più nel suo piattume).

Autore: Benedetta Urbano

Da usare come sottobicchiere? Assolutamente no! Decisamente più funzionale come portafoto da tavolo! Perché è questo che si acquista! Dopo un’incessante ascolto durato un’intera settimana, quanta pianificazione a tavolino si sia sprecata per la realizzazione di questo album non mi interessa neanche più saperlo. E’ un album che si attorciglia su se stesso, tra un rock buffo, un garage paraculato, e un brit-pop in grado ormai di smuovere solo il fondoschiena di una signora over 50. Con “You Only Live Once” si ha la brevissima impressione di ritrovare gli Strokes di sempre e tutto sommato dopo più di un ascolto il pezzo si fa anche più tollerabile. Con “Juicebox” ti arriva la prima legnata alla schiena. Cos’è un tributo a “Batman” o alla “Peter Gunn Theme” di Henry Mancini? Meglio pensare che si tratti “assurdamente”di una gag comica dei cinque e speriamo sia il simpatico scherzo di un solo brano. Inutile speranza. Con “Heart In A Cage” e “Razorblade” il dubbio si fa sempre più insistente e mentre con la prima ti vien subito voglia di cambiare cd e riascoltare l’autentica “The Passenger”, con la seconda, il patetico plagio diventa certezza e lì per lì ti sorprendi sarcasticamente a canticchiare “oh Mandy, well, you came and you gave without taking”. Questo sarebbe già abbastanza per stabilire che forse sarebbe stato più conveniente ed economico un portafotografie autentico! Ma ammettiamo anche che si voglia riporre ancora qualche speranza nel resto dei brani. Mero buonismo. Il tutto procede con melodie scialbe e lagnose senza alcuna freschezza, indigeribili e paranoiche anche dopo l’ennesimo ascolto. Virtuosismi elettrici inutili e sconclusionati appesantiscono ogni brano, che si chiude all’improvviso lasciando percepire quasi l’ incapacità e la voglia di attribuirgli un senso. Altrettanto banali sono i riferimenti agli U2 più sfioriti in cui l’inconsistenza della scoglionata voce del Julian diventa a questo punto insopportabilmente irritante. Si subiscono così le inservibili urla di “Fear Of Sleep” oppure il timbro basso e profondo di “15 Minutes” e “On The Other Side”, durante le quali ci si immagina facilmente un Elvis ubriaco sul punto di ruttare. Chiedo scusa ai lettori per la “brutalità” delle espressioni ma ritengo che questo modo riempitivo e a tratti demenziale di fare i dischi sotto sotto nasconda pochezza e presunzione creativa.

Autore: Paolo Viscardi

Una valanga di dubbi mi ha assalito nei secondi precedenti all’ascolto della tanto sospirata uscita discografica. Dubbi non tanto relativi al livello di innovazione presente nel disco, no, gli Strokes non sono gruppo da sperimentazione e grandi cambiamenti. Invece dubbi riguardanti la qualità di quei loro minimali pezzi rock‘n’roll pieni di cliché, citazioni, ma che suonano come pochi. Dubbi legittimi dopo quel grande passo falso intitolato “Rooms on fire”. Dubbi dovuti anche al fatto che la lunghezza di questo “First impressions on earth” superi i 50 minuti, per un totale di 14 tracce, forse troppe conoscendo i newyorkesi in questione. Invece ecco un sospiro di sollievo, perché mi ritrovo ad ascoltare un disco piacevole, sebbene molto molto altalenante. “You only live at once” è una canzone ispirata e festaiola nonostante la sua finta svogliatezza. In “Juicebox” saltano fuori gli Strokes inaspettati: base ritmica potente a farla da padrone nella strofa finché la canzone prende quota con quegli “You’re so cold…”: spettacolo! Tutto procede per il meglio, ma ho paura che finisca. Con “Heart in a cage” si ritorna a schemi più vicini a “Room on fire”, in pezzo è carino ma gli manca la scintilla. Molto meglio sicuramente “Razorblade”, giocata quasi totalmente sulle chitarre che creano una canzone in bilico tra la pura melodia rock-pop e l’elettricità sostenuta: voglia di party? Poi le cose iniziano a scricchiolare un po’: se “On the other side” è una di quelle canzoni piene di carineria ma con poca sostanza se si esclude il ritornello, “Vision of division” parte invece come un pezzo super rock’n’roll ed effettivamente stuzzica la fantasia, ma pecca un po’ nella strofa e in quel lunghissimo (e inutile) assolo. “Ask me anything” sembra un esperimento da b-side e sarebbe comunque pregevole se durasse la metà di quello che effettivamente dura. Meno male che “Elettricityscape” e “Fear to sleep” sono di quei pezzi che riaccendono la scintilla, peccato che tra le due ci sia “Killing lies” che sta a galla ma non per molto e la stanchezza si fa sentire Ma quando finisce questo disco? “Evening sun” è inutile, le restanti sono salvabili nel loro tentativo di fare cose nuove. In conclusione “First impressions on earth” potrebbe essere visto, sia quantitativamente che qualitativamente, come una sorta di doppio album: una parte sicuramente interessante che, sebbene senza raggiungere il grandissimo entusiasmo suscitati da “Is this it”, rende piacevole anche l’altra metà, quella meno convincente. Un disco da salvare sebbene l’incostanza avrebbe potuto rovinare irrimediabilmente tutto.