King Crimson – In The Court Of The Crimson King

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

L’ icona e l’essenza del progressive. La rappresentazione grafica, musicale, artistica più facilmente riconducibile a quel movimento musicale che si dice ebbe inizio proprio da questo glorioso album. Il progressive rock. In fondo basterebbero queste due parole per descrivere la musica contenuta in questo epocale esordio di una delle bands più straordinarie che abbiano mai calpestato il nostro pianeta; si eviterebbero così inutili ed inefficaci girotondi descrittivi che con ogni probabilità non possono rendere idea e giustizia a questa disco e a questa band. Tuttavia ci piace parlarne: è la nostra passione. Una band dicevamo, o meglio un laboratorio musicale gestito da uno dei più grandi geni dell’ età moderna e contemporanea, Sir Robert Fripp, qui alle prese con il primo, memorabile allestimento della sua corte, la Corte del Re Cremisi. Già la copertina è leggenda. Inquietante, comunicativa, estremamente artistica. Segno inequivocabile di come il progressive abbia assorbito al suo interno le altre forme d’arte, dalla pittura alla poesia, qui rappresentata dal paroliere Peter Sinfield, capace di dare forma ad autentiche visioni con le sue magiche parole; una letteratura colta, immaginifica, surreale. Un’ autentica novità. E nel caso di questa opera la parola novità, credetemi, non è un eccesso di stima.
Si parte con l’ ascolto e si è subito ai confini del mito. “21st century schizoid band”, col suo incedere inquieto e aggressivo, è un vero pugno in faccia, e distrugge in un sol colpo le adolescenziali caratteristiche del rock così come era stato fino a qualche giorno prima. Una nuova alba. Progressioni ad incastro tra fiati, basso e chitarra, la batteria di Micheal Giles letteralmente impazzita ed infine la voce diabolicamente distorta di Greg Lake, semplicemente una delle ugole più belle e raffinate degli anni 70, più tardi in forza agli Emerson, Lake & Palmer. Il brano è un riferimento imprescindibile del rock progressivo, ma più in generale è una pietra miliare del rock tutto. Si respira immediatamente con la successiva “I talk to the wind”, probabilmente la più bella ballata progressiva di tutto il progressive rock di qualsiasi decennio. Accolta da un flauto dolcissimo, il brano risplende per una progressione armonica che conquista sin da subito. La voce incantevole di Greg Lake ed il lavoro delicato e sommesso degli altri strumenti fanno il resto. Tanta delicatezza lascia il passo alla solennità di “Epitaph”, introdotta da una frase storica di mellotron, vero protagonista di questo brano e di altri momenti del disco. Il brano è bellissimo, contiene un inciso memorabile (”Confusion will be my Epitaph…”), ottimi ed ispirati arpeggi acustici ad opera di Fripp e tante colate di mellotron realmente emozionanti che ispireranno altri dischi dell’epoca.
La seconda parte dell’album si apre con “Moonchild”, una composizione lunga e dilatata, inizialmente cullata da una bella e suadente melodia vocale di Greg Lake, ben distesa sui giri alle percussioni di Giles e sui primi ed embrionali sussurri chitarristici di Fripp. Successivamente il brano si estende diventando quasi una jam dal vago sapore psichedelico, probabilmente anticipando gli ambiti musicali che i King Crimson esploreranno su dischi come “Lark’s Toungue” e “Red”. Chiude questo disco enorme la splendida title track, in poche parole il trionfo del mellotron, un brano sensazionale per lirismo, carica solenne e drammatica. Ancora in primo piano le parole di Sinfield, il quale firma ancora un testo bellissimo ed efficace, dal sapore fantasy, che va a stamparsi immediatamente in testa.
Non possono bastare queste parole per descrivere questo album. Esistono dischi che vanno necessariamente vissuti a poco a poco. Annusati. Sniffati. Il parlarne con la pretesa di essere esaurienti diventa quasi sempre un azzardo poco intelligente. Questa è storia vera signori, e io non sono uno storico. Sono solo un appassionato che ancora si sorprende durante l’ascolto di questo capolavoro immortale. C’è chi dice che in fondo “In The Court Of The Crimson King” sia il disco invecchiato peggio di tutta la discografia dei King Crimson, forse tenendo conto delle ammirevoli progressioni ed evoluzioni che hanno caratterizzato questo gruppo negli anni. Ma forse ci si dimentica del momento in cui il disco ha visto la luce, un lontanissimo 1969, con tutta la storia ancora da scrivere. Inoltre nessun disco successivo della band, per quanto bello ed innovativo, conterrà il tremendo impatto di “In the court of the crimson king”, una forza titanica capace di sgretolare i ponti col passato, introducendone di nuovi e assai più resistenti e moderni a quanto pare, poiché questo è il disco che tutti, per un motivo o per un altro, invidiano ai King Crimson. Amen.