Darkel – Darkel

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Prima grande delusione dell’autunno. E fa male come un calcio in bocca.
L’album di Darkel è pietoso senza appello, banale senza giustificazioni, elementare e senza idee.
Per la cronaca Darkel non è che la metà degli Air, per la precisione Jean Benoit Dunckel (come se voi e io fossimo capaci di distinguerli uno dall’altro) e, per essere uno che ricorda sempre di essere quello “della musica” nel duo, diplomato in musica classica, è un bel tonfo fare un album d’esordio così sciapo.
“Blande melodie beatlesiane”, “atmosfere rarefatte”, “elettronica con emozioni”? Macchè, questo disco è l’elogio dell’inconsistenza, del tutto e del niente, di una serie di motivetti buttati lì senza capo né coda, poco studiati, approssimativi nei loro arrangiamenti perfetti, tanto scarsi di melodia quanto precisi nei suoni e nei loop.
Si parte con un intro che sembra un tributo a Profondo Rosso in salsa elettronica (riff troppo scopiazzato, ma del resto “My Own Sun” non è troppo “A Well respected man” dei Kinks?), ed uno incomincia ad aspettarsi un disco un po’ becero, carico di synth vecchio stile, che fanno al massimo dire “fico questo suono” ma subito dopo… sbam! che è sta roba? “At the end of the sky”?! Un motivetto un po’ sixty senza pretese come una b-sides di terz’ordine e subito dopo… un tentativo mal riuscito di Rhynocerose con un tempo a 160 bpm con guitarsynth distorto? Ma c’è una linea logica in questo lavoro? Più che un disco solista sembra uno sfizio passeggero, un potersi concedere un disco solista solo perché si è Jean Benoit Dunckel (come se voi e io fossimo capaci di sapere chi è senza specificare che fa parte degli Air, pur non sapendo ancora quale dei due è…), come troppa gente da un paio d’anni a questa parte si concede (Nicky Wire, Gruff Rhys, James Dean Bradfield…).
Il confronto con gli Air non regge al sol pensarci, ma più che alla sua stessa band di appartenenza il disco sembra volersi confrontare con tutta quell’elettronica che dagli Air sembra aver preso vita: le melodie blande degli Zero7, l’easy pop elettronico dei Mellow, quello più indie di Pet, la follia dei Rhynocerose, il gusto club dandy dei Cassius. E pur avendogli fatto da insegnante, incredibile ma vero, Jean perde tutti i confronti facendo la figura del saccente ma che in realtà non sa niente, al massimo suppone.
Mai più d’adesso serve una boccata d’aria fresca per riuscire a convincere meglio.