Boduf Songs – Lion Devours The Sun

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto:

Sembra che arrivi dal nulla, Mat Sweet. Nessuna referenza, nessuna amicizia importante, un contesto (quello della sua Southampton) che non potrebbe essere più distante dall’emaciato epos country folk al quale la sua musica manda inequivocabili messaggi d’amore. Uno che, tanto per dire, non ha trovato nulla di meglio da fare che prendere e spedire un demo alla Kranky la quale, fulminata all’istante, lo ha immediatamente pubblicato, diremmo quasi a tradimento: nudo,crudo e spoglio. E così l’anno scorso diverse migliaia di anime in pena per il mondo sono state irretite e commosse dalle storie narrate in ‘Boduf Songs’, primo episodio della saga del cantautore inglese per sbaglio (o per necessità…) capace di dimostrare le infinite combinazioni di una voce spezzata e affranta e una chitarra acustica pizzicata con la forza disperata dell’orgoglio. Questi gli ingredienti e null’altro se non qualche drone lasciato ad avvitarsi su se stesso, qualche gorgoglio sparso ad introdurre e chiudere i pezzi o (come in certe disperazioni care a Xiu Xiu) a ferire mortalmente quel barlume di grazia appena intravista.
Difficile penetrare il mondo di Mat Sweet; questo nuovo e piuttosto atteso ‘Lion devours the sun’ presenta testi piuttosto criptici e ricchi di simbolismi “mitologici” tanto apertamente sbandierati da rasentare certe fissazioni pagan/folk se non il commovente fantastico mondo a fumetti di un Daniel Jonhston. Lenti arpeggi circolari e reiterati, semplici e a loro modo perfetti lasciano il campo dopo poche manciate di secondi ad una voce sommessa e accorata che sussurra e decanta rime lente e spaziose, degne del Will Oldham di mezzo e di un Matt Ward per nulla incline al pop e al soul.
In questa foresta i rami sono secchi e grigi e una voce fuori campo, partecipe del lutto, ci sta raccontando la vita che fu e che, forse, nelle notti di plenilunio, ancora vi si svolge. Alcune ballate conservano una impostazione melodica più spiccata e definita (vedi l’apertura di “Lord of the flies” che rotola su accordi che riportano a Smog, o “Great wolf of no tracks”…), altre ci appaiono come brevi meditazioni debitrici della nobile scuola slowcore, appunti improvvisati e pause di riflessione laddove la scrittura e l’improvvisazione sembrano andare davvero a braccetto (“Green Lion devours the sun”, la mistica “Please ache for redemptive” tracce nelle quali affiorano malsane assonanze con i primi inquietanti Angels Of Light di Michael Gira). In quarantasette minuti di questo rimestare la cenere non affiora un particolare che non sia indispensabile e vorresti quasi che all’apice della lentezza della conclusiva “Bell for Harness” – meraviglioso suggello di una raccolta superba – qualche corda si spezzasse per affondarci dentro tale è il sentimento d’abbandono raggiunto.
Un disco che sa cullarmi e mettermi a disagio nel suo apparente richiamarsi ad una tradizione consolidata e rinnegarla invece per mezzo di un’attitudine spettrale che nulla ha di conservatrice.
Carezze che preludono a venti impetuosi; la calma che di solito precede una tempesta questa volta rimane soltanto un monito spettrale.