Hogwash – Half Untruths

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Storie di crescita e maturità. La scappatoia felice di qualsiasi pseudo recensore, che conosce un po’ la storia di una band e ne avverte in modo presuntuoso l’evoluzione artistica. Si attacca fornendo date, albums precedenti, collaborazioni, sviolinando adeguatamente, e la recensione è fatta. Troppo facile esordire tra queste tematiche, troppo poco rispettoso per un gruppo come gli Hogwash, che meritano l’attenzione della passione e non quella della fredda analisi. Certo, di strada gli Hogwash ne han fatta parecchia dai giorni dei loro esordi, ma mi preme soprattutto non banalizzare oltremodo con glaciali riferimenti e superflui dati una musica, nella fattispecie quella contenuta in ‘Half Untruths’, che chiede soprattutto di essere profondamente ascoltata e non raccontata schematicamente come si farebbe su un anonimo curriculum vitae, che di te dice tutto e niente. L’unico dettaglio tecnico che mi permetto di segnalare è che ‘Half Untruths’ è un disco registrato come si faceva una volta, in analogico, su bobina. Che poi a conti fatti questo sia un dato che la dice lunga soprattutto sull’attitudine del gruppo, lo lascio dire alla loro musica. Si alterna rock ‘n’ roll puro a concessioni stilistiche di grande eleganza, si cerca di far incontrare lo spirito del rock asciutto del passato con le attitudini del miglior indie rock contemporaneo, parlando di psichedelia (il flauto che introduce e accompagna “Red heart shaped petal” ne è segno inequivocabile) quanto di art rock (“I see you”), visitando anche ballate dallo squisito taglio acustico (Holes in my maps”). Ci si sorprende come tra le canzoni di questo disco, realmente ispirate e riuscitissime, trovino residenza Neil Young e i Pavement, i Rolling Stones e i dEUS, amalgamati sapientemente da una resa sonora superlativa. Ascoltatelo dunque ‘Half Untruths’, non una ma cento volte, sentitelo veramente come il gesto spontaneo di un gruppo di musicisti veri e appassionati. Capirete che a volte è meglio evitare il racconto, quando si ha tra le mani un disco meravigliosamente comunicativo.