Liars – Liars

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Colpevolmente arriviamo a parlare della nuova fatica dei Liars addirittura quattro mesi dopo la sua uscita, dopo che un po’ tutti hanno espresso la loro opinione in merito, pressoché identica in ogni caso, in un gioco di identità e rimandi web/riviste che ha davvero del grottesco.
Cosa rimane, dunque, da dire?
Rimane la disarmante cupezza paranoica del marchio Liars, quello che abbiamo imparato ad amare nel tempo e nella discografia dei suddetti, ed anche in questo caso rimane l’uniformità di registro che si attesta – come e più del solito – sulle possibilità indagatorie e inquiete dell’arrangiamento ritmico, vicino per più di una volta ad una spirale dub e atonale che salta prepotentemente all’orecchio, un’uniformità che più che suoni (Jesus And Mary Chain) cita soluzioni e stati umorali, in un senso che non è troppo lontano da una visione screamedelica in salsa depressive.
Rimane questa volta l’occhio del ciclone dei Liars: non un disco di canzoni come la critica ha voluto definirlo, ma di un flusso sonoro tremendamente a fuoco, e sta qui la differenza sostanziale, come sta qui l’affermazione di trovarsi davanti forse al migliore disco degli americani (berlinesi?), perché qui e ora, finalmente, il gruppo di Angus, Aaron e Julian trova – anche se in maniera transitoria, come transitoria è in fondo l’intera carriera dei Liars – la forma e la sostanza, per quanto questo voglia dire paradossalmente sbandierare ai quattro venti le influenze dirette del lavoro.
Sarebbe il caso di passare in rassegna il disco, con Houseclouds canzone per perfetti maniaci, le pulsazioni ritmiche/ritorte di Pure Unevil, Plaster Casts Of Everythings e il singolo perfetto, la melanconia ammaliante di Sailing To Byzantium e Protection, ma..
.. questo è tipo il quarto GROSSO disco dei Liars, uno di seguito all’altro. C’è da restar secchi.