R.E.M. – Automatic for the people

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Un disco di un’importanza abissale. Uno dei dischi degli anni novanta (era il ’92… o fore l’altroieri?). Un disco di una purezza cristallina e di una classe senza pari. E non è la strafamosa Everybody hurts (bella sì, ma trascinata da un video ancora più speciale) che fa splendere le altre tracce. No, qui ci si trova di fronte a qualcosa di incredibile: incredibili le canzoni, incredibili i testi di Michael Stipe, incredibile il suono in acustico della chitarra di Peter Buck. E il piano di Mike “wannabe Bill Gates” Mills (senza dimenticare il sempre grande monociglio Bill Berry e, attenzione, agli arrangiamenti d’archi di John Paul Jones). Incredibile il risultato (e impossibile etichettarlo: pop? Rock? Folk? Arte!).
‘Automatic for the people’ è un caldo abbraccio, anche se le cose vanno male, anche se le cose sembrano andare bene, un’abbraccio per curare la nostalgia, per rassicurare, per lenire le sofferenze, per dimostrare che non si è soli nonostante il dolore, la morte, il distacco, un abbraccio per essere infine felici.
E Drive (diomio Drive!!!) lascia talmente senza fiato che il disco potrebbe finire subito, dopo quei quattro minuti e mezzo, ed essere comunque IL disco. Drive, con quella musica che è un bacio sotto la pioggia, e quel testo così rock’n’roll, così dolcemente ribelle. Così come giovanilmente ribelle è Nightswimming (quante lacrime versate) ma vera, sentita, un intruglio di emozioni strette in gola, come un bagno fatto di notte, con la paura di essere colti sul fatto. E se la tripletta Monty got a raw deal (dedicata a Mongomery Cliff), Ignoreland e Star me kitten fa perdere un po’ di smalto ad un disco più che omogeneo, beh Michael, ti perdono. E come non potrei? Vorrebbe dire dimenticare la delicatezza intensa di Sweetness follows, oppure star fermi sulla ballata citazionistica piena di brio, ma mai banale, che si nasconde in The sidewinder sleeps tonite.
Vorrebbe dire essere impassibili di fronte alla forza di passare oltre, perché dopotutto la vita è stata piena (Try not to breathe), o al contrario quella forza di continuare (della già citata Everybody hurts) perché, ehi, che senso ha mollare?
Vorrebbe dire essere freddi di fronte a quell’Andy Kaufman che diventa Elvis che diventa Stipe in Man on the moon. Vorrebbe dire non lasciarsi cullare dalla New Orleans instrumental No. 1 (quanta meraviglia in quei violoncelli).
E vorrebbe dire non seguire il fiume, quel fiume (Find the river) fatto per essere percorso come una strada per arrivare là, dove il gruppo di Athens è sempre stato: nel loro picolo grande mondo, il migliore dei mondi possibili.