Wallace Records


Il mio primo contatto con la Wallace Records avviene a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio, un diciottenne fan degli Afterhours che seguendo l’addio al gruppo di Xabier Iriondo conosce gli A Short Apnea. Allora non ci capii molto, ma oggi ammetto senza tanti problemi che quel gruppo è stato uno dei più interessanti nella musica italiana post-duemila.
Nel corso degli anni ho seguito e incontrato spesso e volentieri questa etichetta, una realtà anomala e di grande integrità artistica con un catalogo di uscite dalle grandi qualità: ci ho messo quasi un anno a decidere come affrontare un articolo sulla Wallace, per il semplice motivo che è ben difficile riuscire a coglierne l’importanza con le parole, e sinceramente non so se ci riuscirò con queste righe.
Proprio in questi giorni il catalogo della creatura di Mirko Spino supera la centesima uscita, un traguardo eccezionale per un’etichetta che ha saputo percorrere e trafiggere gli ultimi (quasi) dieci anni di storia musicale italiana, sapendo cogliere nell’esatto momento alcune delle proposte più interessanti e coraggiose presenti sia in Italia che all’estero. Il sentimento che contraddistingue il marchio Wallace è quello della pura passione, volta a rendere partecipi gli ascoltatori di esperienze e scoperte, andando sempre a ricercare senza limitarsi al semplice “vendere un prodotto”. Idealizzazione a portata di mano, fatto sta che una bella fetta dei miei interessi musicali nascano e siano nati proprio grazie a questa realtà.
Una delle caratteristiche che prediligo dell’etichetta risiede in quella che può essere considerata una spezzata continuità: tra le varie uscite si inseguono anche i fili di vere e proprie carriere artistiche: le sperimentazioni di Xabier Iriondo (A Short Apnea, Uncode Duello, Polvere, lavori solisti, i vinili Phonometak); le varie facce del quartetto Bron Y Aur capace di mutare in Fuzz Orchestra o in Plasma Expander, la versatilità della chitarra di Mattia Coletti, alcune delle tantissime manifestazioni del fenomeno Zu… in pratica all’interno della proposta dell’etichetta si è formato un gruppo di musicisti di cui si possono seguire le varie evoluzioni con interesse e partecipazione. Succede così che un po’ come per determinate storiche etichette americane, si può parlare di un “suono Wallace”, pur nella versatilità che il catalogo dell’etichetta ha sempre mostrato.

Rocklab: Partirei dai traguardi raggiunti dall’etichetta. La Wallace ha appena superato la centesima uscita dimostrando di essere sempre in ottima salute. Quando hai iniziato a pubblicare dischi ti aspettavi di raggiungere questo traguardo?

Mirko Spino: Ovviamente no, perché dieci anni e cento dischi sono decisamente tanti anche solo da immaginare, soprattutto nel momento in cui stai pubblicando il n. di catalogo wallace1. Anzi, proprio questo dettaglio (il fatto che sia wallace1 e non wallace01 o anche wallace001) fa capire che non immaginavo nemmeno di arrivare a 10.

R.: In linea generale curi l’etichetta in solitaria, come fai a gestire una creatura come la Wallace da solo?

M.S.: Sicuramente facendomi un po’ di mazzo e non godo di molto relax e tranquillità, ma non mi lamento di questo dato che è una libera scelta. Spesso passo le serate postlavorative sul PC oppure facendo pacchi… poi con un po’ di esperienza si impara a dare priorità, essere un po’ più efficienti, sinergizzare e così via.

R.: Le uscite della Wallace sono sempre state molto versatili, dalla sperimentazione al punk, dal free-jazz al rock puro e semplice. Qual è il filo che unisce tutte le tue proposte musicali?

M.S.: Non ne ho la più pallida idea: sicuramente non c’è un filo estetico a mettere insieme tutti i gruppi sul mio catalogo, ma altrettanto sicuramente rientrano tutti nel mio gusto personale: ecco, questo è l’unico elemento in comune. Se guardi i dischi che tengo in casa rispecchiano molto il catalogo dell’etichetta. Nella mia top 5 di gruppi preferiti ci sono gli Shellac ed i Pan Sonic.. esiste qualche sant’uomo che acquista regolarmente tutte le uscite Wallace, ed alcuni di loro mi danno un feedback sull’ascolto… loro trovano un filo comunque tra le uscite: ovviamente ci sono alcune che gradiscono di più ed altre meno, ma non si stupiscono nemmeno se dopo “polvere” pubblico “x-mary al circo”

R.: A partire dalle prime uscite ho sempre considerato ogni disco Wallace come un percorso a se stante – mi basta pensare a dischi come ‘Malacarne”’dei Madrigali Magri o all’appena pubblicato nuovo, e bellissimo, lavoro dei L’Enfance Rouge. Una tendenza controcorrente nel mondo degli iPod e dei download selvaggi. Da questo punto di vista ti vedi più come un antagonista o come rappresentante di una minoranza resistente? C’è secondo te un modo per riportare la gente verso il piacere del disco non solo come supporto fisico, ma anche come ascolto continuo e appassionato?

M.S.: Nelle mie pubblicazioni non esiste il concetto di “singolo” o brani più significativi di altri. Oggi esiste il download, ma anche vent’anni fa esistevano i 45 giri con i singoli radiofonici. Sono due modi di concepire l’ascolto della musica, uno decisamente più commerciale, l’altro più legato alla conoscenza dell’artista e della sua musica. A me interessa di più il secondo, così come interessa alle persone a cui mi rivolgo, ma non credo che esista una soluzione per far si che i dischi riacquistino valore rispetto alla musica fast food, è un discorso che va ben al di là della musica e coinvolge i massimi sistemi, il declino della cultura occidentale e l’imminente fine del mondo.

R.: Negli ultimi dieci anni si è creata secondo me una sorta di saturazione della proposta. Ogni mese spulciando la stampa (cartacea o informatica che sia) si ha un fiorire di presunti fenomeni e settimanali capolavori. Come collochi la Wallace in questo flusso continuo di uscite? Quant’è importante in una situazione così confusionaria avere idee e progetti ben delineati?

M.S.: Credo che la continuità dell’etichetta e dei gruppi con cui collaboro siano testimonianza di realtà ben radicate e motivate, che esistono per fare musica e non per cercare un flash di notorietà. Certamente mi farebbe piacere se la stampa talvolta riservasse alla mie uscite un po’ più di attenzione, ma una copertina o un “disco del mese” non rientrano nella top ten degli obiettivi per cui io ed i gruppi pubblichiamo i dischi. Io sono talmente estraneo a queste logiche che non conosco quasi nessuno dei gruppi, spesso inglesi, che fanno il botto in questo modo. Suona molto snob, lo so, ma è vero…

R.: Negli anni si è creato quello che potremmo definire “lo zoccolo duro della Wallace”, artisti legati all’etichetta a cui hanno dedicato le evoluzioni della loro creatività, tanto che secondo me è nato una sorta di indefinito “suono Wallace”. Sei d’accordo o pensi che sia impossibile inquadrare determinate sonorità come vicine al tuo catalogo?

M.S.: Sicuramente i gruppi ed i progetti che coinvolgono musicisti abituali sul mio catalogo hanno in comune tra loro suoni ed approcci alla materia musicale, e questo è un po’ “alla Wallace” perché gran parte di quei lavori li ho pubblicati io….ma tra di loro non credo che abbiano continuità sonora. Mi piace più pensare che c’è un modo di pubblicare i dischi “alla Wallace”, c’è una comune attitudine nei confronti della musica anche da parte dei gruppi, piuttosto che pensare ad un suono specifico.

R.: La Wallace attraversa indenne e pulita la musica indipendente italiana da quasi dieci anni, così come molti dei dischi proposti escono in collaborazione con altre etichette. Mi viene spontaneo chiederti cosa ne pensi dopo questo già ampio spazio di tempo del panorama musicale del bel paese?

M.S.: Che è sempre vivace, pieno di ottime idee, brave persone, grandi gruppi. Manca forse un po’ di professionalità da parte da parte di chi ha le idee migliori, ed un po’ di passione da chi è più capace a far circolare nomi ed eventi legati all’indie. E’ comunque meglio che io non parli di professionalità…

R.: Sul sito della Wallace nella breve presentazione dell’etichetta scrivi che prima di tutto si tratta di “controcultura e antagonismo”. È ancora possibile quindi in Italia al giorno d’oggi far vivere qualcosa di notevole come la Wallace al di fuori dei canali istituzionali?

M.S.: La wallace ed altri che fanno cose simili esistono, quindi è possibile, a patto che tu ti tenga in piedi da solo. E comunque esiste una fitta rete di centri sociali e persone attive che nonostante tutti i bastoni istituzionali in mezzo alle ruote, riescono a creare cultura.

R.: Nel 2003 facevi uscire anche la serie ‘Wallace pobox52′, cd che raccoglieva le migliori autoproduzioni che ti arrivavano, e su cui sono passati nomi come Rosolina Mar, Tanake e Claudio Rocchetti. Secondo me era un’ottima iniziativa, come mai non è proseguita? Negli ultimi mesi hai ascoltato cose che meriterebbero di finire in iniziative simili?

M.S.: Mi capita ancora di avere tra le mani dei demo validi e che meriterebbero di essere ascoltati, ma anche se quell’esperienza è stata ottima non mi va di ripetere cose già fatte. Quello che è stato fatto con le compilation ‘PoBox52′ è alla portata di chiunque voglia unire forze e quattro soldi, non serve il marchio Wallace sopra. L’obiettivo di quella serie di compilation era anche quello di dimostrare questo. Preferisco aiutare i gruppi a fare le cose da soli che farle per conto loro. Inoltre lo sforzo per me è stato notevole, ed in questo momento non credo di essere abbastanza in forma per un’altra impresa simile.

R.: Sei tra i promotori del Tago fest, così come negli anni la Wallace ha dato il suo nome a molti eventi live. Perché sono importanti manifestazioni simili e quali sono le maggiori difficoltà nel proporre musica dal vivo di un certo tipo in Italia?

M.S.: Il Tagofest è un evento divertentissimo ed un ottima occasione per ascoltare buona musica, e rappresenta bene il panorama di etichette underground, tuttavia i gruppi hanno necessità di suonare anche durante il resto dell’anno, e spesso si ritrovano a guidare per mezza penisola per prenedere 100 euro per una data… pochi sono interessati a guadagnare sulla loro musica, si fa spesso per la gloria, solo che non riuscire nemmeno a recuperare i soldi della benzina è quantomeno frustrante. 15 anni fa, senza nemmeno considerare l’inflazione, si prendeva il doppio… quando dicono che l’euro ha raddoppiato tutto non è proprio vero :)

R.: Il Tago fest può essere visto come evento in contrapposizione coi millantati appuntamenti e meeting indipendenti. Io lo vedo come un appuntamento che va a riunire coloro che i meeting indipendenti li fanno tutto l’anno a concerti e serate, partecipando anche a manifestazioni e proposte che non siano per forza legate al proprio territorio o alla propria produzione. Cosa pensi al riguardo?

M.S.: Penso che tu abbia ragione ovviamente. Del resto basta guardare chi partecipa al Tagofest e chi ad altri meeting: anche se non sempre c’è voglia di contrapporsi ad altri, anzi quasi mai, il dato di fatto è che le etichette veramente indie, che pubblicano musiche interessanti con spirito undeground, vengono al Tagofest. Nei blasonati meeting credo che di indipendente ci sia ormai poco, si tratta di etichette che vanno a braccetto con major ed mtv. E’ un peccato perché il più storico di questi meeting non aveva cominciato male, anni fa c’era molta gente che oggi è al Tagofest…

R.: Per finire questa intervista una domanda leggera. Ti sei mai chiesto cosa pubblicherebbe la Wallace se si occupasse di format diversi dalla musica? Hai mai pensato di allargare la proposta lavorando su più fronti (ad esempio un libro ad accompagnare un cd)?

M.S.: Si, ci ho pensato spesso: film, sicuramente. Sono appassionato di cinema quanto lo sono di musica, solo che il mondo della produzione video è di gran lunga più impegnativo economicamente, ed inoltre se non si è all’interno dei canali ufficiali della distribuzione non c’è modo di far circolare i lavori prodotti. Esistono alcune coraggiosissime realtà alle quali va la mia ammirazione, ma credo che siano difficilmente replicabili. Cosa pubblicherei? Un bel po’ di cose diverse tra di loro, ovviamente.

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