Ghostpoet – Peanut Butter Blues And Melancholy Jam

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)
4 Marzo 2011 Brownswood Records Ghostpoet.co.uk

Us Against Whatever Ever

Ci sarebbero schiere di nomi da fare per inquadrare il disco d’esordio di Ghostpoet, al secolo Obaro Ojimiwe, da Bristol ma originario della Nigeria, e lo farò nel corso della recensione, ma ancora non so se ne possa uscire un ritratto fuorviante, quindi spendo queste prime righe per dare valore ad un intreccio di influenze che – a dispetto di esse – riesce ad essere un nuovo punto di riferimento per la black music più intellettuale, riuscendo a trascendere sia la matrice hip hop che quella elettronica nei loro limiti.

Prima di uscire con questo esordio per la Brownswood, etichetta di Mr. Garanzia – quando si tratta di groove vibrations – Gilles Peterson, il ragazzo si è distinto per aver confezionato insieme alla cantante britannica Rox, il brano To Something sulla base di un brano dei Four Tet, ma anche per aver collaborato con Michachu, una delle artiste più controverse dell’elettronica contemporanea. Il suo modo di rappare, con un flow molto strascicato, declamatorio ma distaccato (“sonnolento”, lo ha definito il Guardian), ai confini con lo spoken word, con un piccolo difetto di pronuncia che lo fa sembrare un 50cent che serve ai tavoli – ma, in definitiva, molto inglese nell’appiccicare le parole – lo rende un letale ibrido tra Saul Williams e The Streets. Ma il paragone più calzante a livello di stile rimane quello con Gil Scott-Heron, di cui sembra incarnare una versione ultramoderna, anche a livello di scelte poetiche (anche se alla protesta cede spazio l’auto-commiserazione). Laddove poi il buon Gil immergeva il suo verbo nelle radici pulsanti dell’hip hop, il Bronx, l’Inghilterra di Obaro è invece avvolta dalle dense nebbie del dubstep. Eppure gli accostamenti a James Blake forse sono più giustificabili dalle scelte grafiche di copertina (il soggetto sfuocato, in un movimento rappreso nel momento in cui si coglie) che a livello strettamente musicale, cosa che comunque non inficia il collegamento. Il liquido in cui galleggia e nuota la voce di Obaro è per lo più un’elettronica che ha a che fare con i suoni-puri-spezzettati-in-ritmica di Four Tet citato in precedenza (si senta Longing For The Night) o la house ancestrale di Shackleton (Garden Path o anche il singolo Cash And Carry Me Home) o quella micro alla Pantha Du Prince, ma non disdegna anche uscite soulfull come Survive It (che ricorda non poco la celebre hit Drinking In L.A. dei Bran Van 3000), o momenti più vicini all’indie rock in zona Tv On The Radio, come la chiusura Liiines, Gaaasp, l’elettroclash di I Just Don’t Know o anche l’ostica Finished I Ain’t.

Un’esordienza illuminante: il suo rastrellare la musica contemporanea per renderla musica della contemporaneità e il modo in cui si mimetizza in essa, ne fanno a mio parere una album cruciale. Pur non avendo l’epica del faro ha la strategia del fendinebbia: sapendo che la nebbia non tocca mai il suolo, posizionandosi un gradino sotto, si traccia la via. Non è roba da bassifondi, certo.
Nel Ghetto questa musica forse non ha senso. Non c’è odore di bruciato, non c’è l’orgoglio della posizione, ma piuttosto un movimento da fermi, una gelatinosa bolla di sapone che viaggia tra le vie della notte, un senso anche di protezione, se vogliamo, rassicurante forse  (blues da burro di noccioline), ma a volte necessario per dare senso ai contorni che, attorno, non smettono di muoversi e mescolarsi in un nulla accecante.