Intervista a Amaury Cambuzat (Ulan Bator)

Quello degli Ulan Bator è un percorso musicale nato nel 1993 e ancora attivo; è un viaggio che parte da un nome dal sapore lontano e attraversa gli anni, esplorando sperimentazione, ricerca e improvvisazione, sussurrando lemmi francesi. Abbiamo ripercorso assieme al leader, Amaury Cambuzat, le tappe salienti della carriera della band, tra collaborazioni, musica, internet, tabù, rapporti umani, sentimenti in “analogico” e sensazioni in “digitale”.

Rocklab: Ulan Bator è la capitale della Mongolia; Ulan Bator è anche il nome della band. C’è evidentemente un legame, un nesso logico tra la città e il gruppo; come mai è stato scelto proprio questo termine?
A.C.: Nel 1993 ho scelto questo nome, perché cercavo qualcosa che potesse illustrare bene un punto di arrivo, artisticamente magari, un punto di arrivo lontano, non facile. Un po’ come praticamente andare a Ulan Bator. Non è una cosa semplice; bisogna prendere l’aereo e cambiare a Mosca e poi prendere una Transiberiana o un altro treno. L’idea era di prendere il nome di una città lontanissima che illustrasse appunto questo percorso, questa avventura, un po’ ovviamente difficile. Non so se siamo neanche arrivati fino a Mosca, quindi mi dà la possibilità di pensare che rimanga ancora tanta strada da fare e quindi va benissimo.

Rocklab: Sei mai stato a Ulan Bator?
A.C.: No, non ci sono mai stato e penso che il giorno in cui andrò a Ulan Bator, fa parte un po’ di una superstizione diciamo, segnerà forse la fine della storia del gruppo.

Rocklab: La band ha subito nel corso degli anni cambiamenti di line up, variazioni compositive, di sound e di stile. Quale è invece l’elemento che non ha subito cambiamenti, quello che contraddistingue gli Ulan Bator e che è rimasto inalterato nel tempo?
A.C.: L’egocentrismo. Io…L’Io. (ride n.d.r.) A parte gli scherzi, è così. Io sono una persona purtroppo un po’ direttiva e allo stesso tempo un po’ estrema, con un concetto di libertà totale. Suonare con me non è quindi sempre facile, perché pretendo molto dalla gente, ma allo stesso tempo la lascio molto libera: questo va bene per certe personalità, mentre altre hanno bisogno di essere più inquadrate e guidate. Questo ha fatto sì che molti siano rimasti solo due anni, come in un albergo, e poi abbiano preso una loro strada, siano andati da un’altra parte; questo senza che ci siano stati per forza dei litigi, perché appunto la nostra band è un concetto molto aperto. Quello che rimane quindi fin dall’inizio, fondamentalmente, sono io. Ho ancora rapporti con chi ha suonato e tengo tantissimo al fatto che quando uno suona con me e decide di andarsene, lo faccia non per motivi legati alla mia personalità. Altrimenti ci sto male.

Rocklab: Non credi che l’appellativo post-rock, usato spesso per “etichettare” la vostra musica, sia tropo riduttivo per definire gli Ulan Bator?
A.C.: Post rock è un termine che è arrivato quando è uscito il terzo disco, nel 1997 con “Vegetale”. C’era una scena post-rock, gruppi come Tortoise, Mogwai ecc. I Mogwai in realtà sono arrivati un po’ dopo. Comunque noi siamo stati presi e inseriti in quella scena lì. In realtà post-rock, se analizzi bene l’etimologia della parola, sarebbe tutto quello che viene dopo Elvis! (ride n.d.r.) Elvis era rock and roll, dopo di Elvis è tutto post-rock and roll. Quindi non so se veramente rispecchia un genere: è più un genere giornalistico, però non è realmente, credo, un genere musicale. Il progetto Ulan Bator è sempre stato molto contaminato, ad esempio è quasi completamente cantato in francese. Lo vedo più come un gruppo europeo; in realtà direi di pop avanguardista, perché comunque c’è una ricerca. E comunque pop, perché c’è una volontà di essere comunque leggibili, capiti. Non vogliamo fare il gruppo di nicchia, strano. Essere popolare non è una cosa brutta!

Rocklab: Sarebbe dunque meglio definirla come musica d’istinto, sperimentazione e improvvisazione, senza legarla ad un genere specifico?
A.C.: Noi non siamo chiusi in un genere, in una famiglia. Il jazz, ad esempio, è molto legato alla vita dei musicisti coi loro strumenti. Per noi gli strumenti sono invece solo un mezzo di comunicazione. Io rimango dell’idea che c’è chi va in guerra con i fucili, c’è chi va a comunicare con la chitarra e c’è chi comunica con la tecnica. Il Jazz è più quello, la capacità di aver assimilato tutta la tecnica, che poi viene comunicata con l’improvvisazione. La nostra invece è più un’ improvvisazione che nasce da una componente folle: non è pensata e non è nemmeno uno stile di musica digerito. È più la ricerca su un terreno che non conosciamo.

Rocklab: La collaborazione con i Faust come si è sviluppata e cosa ti ha lasciato da un punto di vista non solo musicale, ma anche umano?
A.C.: E’ Una storia un po’ lunga. Ho incontrato i Faust molto tempo fa, ovvero dopo il secondo disco degli Ulan Bator… avrò avuto ventiquattro anni. Avevano fatto un disco che si chiamava Rien, che significa nulla, niente, e che era stato prodotto da Jim O’Rourke nel 1993. Questo disco contiene una canzone in francese. Nonostante i Faust fossero un gruppo sperimentale strano, che girava più in America che in Francia o in Europa, riuscivano a trasmettere veramente tanto con la lingua francese, cosa che non avrei mai immaginato! Dopo aver ascoltato quel pezzo dei Faust mi è venuta la voglia di cantare tutto in francese e di puntare a trasmettere solo nella mia lingua. Dopo di che li ho contattati e abbiamo deciso di fare una jam session insieme. È andata bene è hanno così deciso di venire in tour con noi, nel 1996/’97, in Francia ed Europa. Successivamente i Faust hanno avuto dei problemi e sono un po’ spariti dalla scena. Quando si sono riformati, nel 2005, hanno richiamato me e Olivier, che era un membro storico degli Ulan Bator, per rifare i Faust. Abbiamo fatto un po’ di date, poi Olivier se n’è andato e io sono rimasto diciamo il terzo dei Faust, con due membri storici, che ormai hanno sessant’anni. Con loro ho fatto un po’ di date in Europa e un paio di dischi, tipo tre live e due album. Me ne sono andato un po’ di tempo fa è ho ceduto il mio posto a James Johnston, che suona anche con gli Ulan Bator (tranne in questo periodo perché è impegnatissimo con Lydia Lunch). Quest’estate James non può e quindi riprenderò il posto. È una storia in realtà quasi “di famiglia”. Quando parlo dei Faust li vedo più come una famiglia, gente che ho nel cuore. È difficile trovare persone così nel corso della vita. È proprio gente che mi ha dato tanto a tutti i livelli: mi ha insegnato cosa sono i rapporti umani veri. Questa caratteristica è comune a molta gente di quell’epoca, persone nate negli anni Quaranta/Cinquanta, ed è una caratteristica che oggi ormai si è persa. Purtroppo noi non siamo stati bravi a mantenerla.

Rocklab: La copertina di Nouvelle Air è stata disegnata da Andy dei Bluevertigo. Come vi siete conosciuti e come è nata questa idea?
A.C.: È stata una cosa casuale. Ero in studio a fare delle registrazioni per “Nouvelle Air”, che è stato concepito in Inghilterra, missato in Francia (con Robin Guthrie, dei Cocteau Twins), mentre le registrazioni sono state fatte in Italia, in uno studio vicino Monza. Non conoscevo Andy, ma lui era socio di questo studio per vari motivi. Ero un po’ in ritardo coi tempi e cercavo qualcuno che si occupasse della copertina dell’album. Sono arrivato in questo studio a Monza e vedevo sempre questi quadri molto pischedelici, che sicuramente avevano influenzato anche un po’ il processo del disco. Così mi ha regalato questo quadro. Tra l’altro è una persona veramente simpatica al di là dell’immagine e di tutto quello che c’è dietro. È molto alla mano.

Rocklab: A proposito di Nouvelle Air, di cosa parla Terrorisme Erotique?
A.C.: “Terrorisme Erotique” è un testo onirico, poetico forse, però è anche un po’ politico. È un testo che parlava all’epoca dell’ingerenza che c’era un po’ nei paesi come la Palestina e i Paesi Arabi, senza prendere una parte in realtà, ma affrontando il problema dell’ingerenza politica nella vita privata, in generale. La stessa cosa sta accadendo in Libia; è scandaloso al di là di come andrà a finire. Magari andrà a finire bene, almeno per i media, però trovo sia comunque una questione delicata che non si limita a quello che vediamo. È un testo quindi che parla di questo, legato a una storia sensuale e amorosa: l’ingerenza in generale, che può essere in una storia d’amore o semplicemente in un paese, come spesso fanno i francesi in Africa, in Libia o in altri paesi. È una storia volutamente molto astratta, con giochi e ricerche sulle parole.

Rocklab: Tra le varie collaborazioni c’è anche quella con i CSI, in occasione del tour “Tabula Rasa Elettrificata”. Come è stato vivere questa prima esperienza live italiana?
A.C.: Con i CSI la prima data è stata a Roma al PalaEur. C’erano diecimila persone ed è stata una cosa incredibile. Giorgio Canali aveva una compagna in Francia, che si chiamava Claude e che era anche mia amica. Lei mi disse che c’era un suo amico che aveva un gruppo e che stava facendo un tour enorme con i Litfiba e che si chiamavano CSI Erano stati anche a Ulan Bator e mi chiesero del nome. Gli diedi il disco che piacque moltissimo e mi vollero assolutamente per aprire delle date in Italia. Siamo saliti sul furgone e tre giorni dopo eravamo al PalaEur e abbiamo fatto tutto il tour di Tabula Rasa con loro. È stato molto bello, al di là di quello che rappresentano i CSI nella scena italiana, e ci ha permesso di suonare una musica abbastanza atipica in posti giganti come gli stadi. È stato veramente divertente! Suonare con i CSI ci ha anche fatto capire cosa significa mettere su una macchina da guerra che mobilita tantissima gente: quando suoni davanti a diecimila persone è tutta un’altra cosa. C’è una macchina umana dietro, una forza; tu senti diecimila anime che bollono. È una sensazione molto forte. Questo è quello che mi ha lasciano l’esperienza con i CSI.

Rocklab: Parliamo del progetto Chaos Physique. The Science Of Chaotic Solutions è stato registrato tutto in analogico, in presa diretta. Ritieni che l’analogico sia superiore al digitale? Restituisce forse meglio la purezza e la qualità calda del suono, fatta anche di leggere sporcature che non guastano?
A.C.:In realtà no. O quantomeno oggi no. La ragione è che le mie orecchie, come quelle di tutti gli altri, sono troppo abituate a sentire cose molto compresse, digitali, in radio, ovunque. Anche l’ultimo disco è stato fatto completamente in analogico, tranne le voci, e non riesco più ad ascoltarlo con piacere perché suona troppo “cupo”. Non sono più abituato a quel tipo di suono. Anche “Chaos Physique” mi ha fatto quell’effetto. Meno male che c’era Alberto dei Verdena che ha fatto il mastering e ci ha salvato il mix, perché il mix non mi piaceva, mi suonava cupo, non lo sentivo brillante. Avrei quindi la tendenza a dire che non so se farò altri dischi in analogico, nonostante ne abbia fatti molti fino ad ora (tranne “Nuovelle Air”). La cosa veniva un po’ per caso… Nello studio che sceglievo c’era l’analogico e mi toccava nuovamente lavorare con quello, perché sembreresti stupido a scegliere il computer in uno studio dove c’è l’analogico. Secondo me però la superiorità dell’analogico è un po’ una leggenda, nel senso che puoi riuscire comunque a raggiungere un suono molto piacevole pur usando il digitale. Il segnale digitale è comunque quello più puro, perché è lo zero, e quindi teoricamente è quello trasparente. In digitale, una volta che registri, non c’è la distorsione e la dinamica di un nastro: il nastro in realtà è distorto. Quindi il vero suono, il suono più vicino alla realtà è comunque quello registrato dal computer.

Rocklab: Chaos Physique è una scienza?
A.C.:. Sì. Io preferisco dire “La Chaos Physique”, perché Chaos Physique non suona bene secondo me: è proprio pesante. Può essere – che ne so – un incidente, è… splatter! La Chaos Physique era l’idea di base, che sarebbe la scienza delle soluzioni caotiche, che è anche un po’ la mia vita. È come spiegare gli errori, nel senso che fai degli sbagli però, siccome sei orgoglioso, devi dare sempre un motivo e un senso a quello che fai, mentre in realtà dovresti dire: “cazzo sbaglio sempre” (ride ndr). È un po’ come affermare la stupidità!

Rocklab: L’esperienza Acid Cobra Records, come è nata e come si sta evolvendo. Spiegaci un po’ com’è essere indipendenti al giorno d’oggi.
A.C.: E’ quello che dico alla band quando vado fuori di testa: “non sono io il cobra” (ride ndr)… La Acid Cobra è un’etichetta che ho creato quasi due anni fa, perché ci tenevo a mettere a fuoco altri progetti, come quello dei Tv Lumiere. Non è un’etichetta che è nata per essere commerciale o alla moda. Non è nata neanche per essere di nicchia. È nata per aiutare amici, sperando che col nome Ulan Bator o Faust, visto che adesso farò uscire anche un doppio DVD dei Faust, la gente arrivi sul sito, decida di comprarsi anche un album dei Tv Lumiere, dei The Somnambulist o dei Chaos Physique, e si interessi anche un po’ a dei gruppi italiani, perché la maggior parte sono comunque italiani, che non hanno la fortuna di avere un’etichetta e che comunque hanno qualcosa da dire. Senza pretese. E poi è anche un modo per controllare un po’ tutto quello che faccio, perché spesso mi sono trovato con gente che lavorava piuttosto male sulle nostre produzioni e non capiva bene le intenzioni. So cosa voglio fare e lo faccio io che è meglio. Faccio prima.

Rocklab: Il tuo progetto solista, la sonorizzazione del film di Murnau, Tabù – Story Of The South Seas, si è sviluppato partendo da sensazioni e intuizioni personali ed emotive? È stato un modo anche per esorcizzare dei fantasmi privati?
A.C.: Sì. La vita è fatta così. Non te ne accorgi, ma comunque tutte le cose che fai hanno un senso. “The Sorcerer” è stato effettivamente prendere questo film di Murnau e un po’ esorcizzare delle paure, delle angosce che avevo; mettendole a fuoco ovviamente dopo te ne sbarazzi. Il nome del disco, la scelta del film erano comunque nella mia testa e dopo hanno preso una direzione ancora più legata alla mia vita privata. È una cosa voluta, ed è stato un po’ un caso: ma se ci pensi tutto avviene così. Magari sai scrivo un testo, faccio un disco e poi stranamente, cinque anni dopo, vivo quello che ho scritto, vivo la canzone. Oggi, per esempio, mi sembrava di vivere un momento che fa parte di un disco che ho scritto cinque anni fa. Capisco i miei testi ovviamente, ma non capivo ancora bene i doppi sensi legati alle emozioni e alle parole che stavano dietro alle canzoni. Non capivo il doppio senso che mi sfuggiva. La magia della creazione artistica è proprio quella: a volte tu hai controllo fino a un certo punto. Così decidi che qualcosa deve rimanere, nell’aria, sospeso, magico. E poi a volte metti a fuoco questa parte nascosta, nei tuoi dischi, e ne trovi il significato.

Rocklab: Qual è il pezzo di cui parlavi?
A.C.: Pensées Massacres…”Sono mai stato violento? La rabbia si è sempre fermata a un certo punto?” Ci sono dei momenti in cui adesso mi incavolo veramente di brutto e vedo rosso e mi rendo conto che, cazzo, questa era una cosa che avevo magari scritto per qualcun altro, ma che in realtà mi corrisponde in pieno! Ovviamente questo è un esempio molto estremizzato, perché non sono mai arrivato al punto di uccidere qualcuno (ride ndr). È solo per dire che può capitarti di sentirti vicino a delle cose che hai fatto tempo fa e che ti erano in realtà un po’ lontane; penso che succeda a tutti. Niente di mistico, è una cosa mentale e interiore. È tutta una proiezione. Nella mia testa c’è sicuramente il disco che farò fra trent’anni, già digerito e che poi uscirà solo fra trent’anni.

Rocklab: Ricollegandoci un po’ al senso del film, credi che l’arte e la musica siano in grado di rompere determinati tabù, dogmi e schemi sociali spesso imposti?
A.C. Credo che abbiamo bisogno di dogmi; penso anche al Vaticano. Abbiamo bisogno di tabù, abbiamo bisogno di queste cose. Si rompono quindi delle cose, dei dogmi, ma meno male che ce ne sono sempre altri da rompere! Meno male che esistono, altrimenti l’arte non esisterebbe. Se io mi sentissi completamente bene al mio posto e al momento giusto, cosa farei? Morirei; non avrebbe senso. Penso sempre che il peggio dia sempre qualcosa di molto positivo, come il positivo può creare il peggio. Non c’è mai il controllo totale sulle cose. Ci sono delle cose da destabilizzare, c’è il momento giusto per farlo, però queste cose tornano, ciclicamente. Vedo anche in politica, oggi è diventato tutto uno schifo ovunque; c’è razzismo e tante cose che veramente fanno paura. Queste però cose, però sono già successe in passato, e ci aiutano a capire come affrontarle. Tutto è un ciclo. Adesso bisogna seguire una curva, girare pagina e andare oltre questo vincolo. È necessario rompere le cose, ma è necessario anche che le stesse cose tornino, per compiere ulteriori passi avanti.

Rocklab: Come sei entrato in contatto con la Deambula Records di Marco Campitelli?
A.C.: Marco è un fan degli Ulan Bator da anni. È sempre stato molto vicino a tutto quello che succedeva al gruppo. È veramente un rapporto di amicizia il nostro, è una persona con la quale si ride e si scherza. Andiamo molto d’accordo e questo per me è fondamentale. È un’amicizia; non c’è business.

Rocklab: Tohu – Bohu, il vostro ultimo disco, è basato sostanzialmente sulle problematiche create dal web e dai social network. Ritieni che questi nuovi media abbiamo accentuato i già difficili rapporti interpersonali e abbiano diminuito la voglia di comunicare, la sincerità tra persone e la necessità stessa di espressione?
A.C.: Il primo brano dell’album è molto cinico e rispecchia la parte di me che non mi piace molto. C’è questa canzone che in realtà era tutto un progetto. Volevo fare il website tutt’intorno a questa idea e non sono riuscito a farlo; non ho trovato il tempo né le persone giuste. Alla fine ho lasciato perdere, ma l’idea era di denunciare una cosa e far riprendere coscienza alle persone che il loro potere non finisce con l’apprezzare o il non apprezzare un gruppo. La gente può, anche apprezzando un gruppo, divertirsi a ucciderlo. Io volevo fare un sito internet, insieme ad altri gruppi, con dei barometri, facendo un gioco. Era un gioco sociologico, brutto, che nessuno avrebbe fatto, ma per far prendere coscienza alla gente che la realtà è così. Scaricare un disco è giusto, ma se ti piace un gruppo devi contribuire in qualche modo: fai pubblicità al gruppo; ne parli e lo fai ascoltare ai tuoi amici; compri i dischi; porti gli amici ai concerti. Tohu – Bohu è un disco che vuole far prendere coscienza alla gente del fatto che ha veramente il potere di decidere se un gruppo può crescere o meno, come nelle arene a Roma con i gladiatori. Ed è una cosa bella, ma anche una grossa responsabilità. Chi ha una propria coscienza sta male, perché si rende conto che, scaricando magari tutta la discografia di un gruppo, lo può uccidere. È invece necessario contribuire, perché se una cosa piace non la si può sempre rubare. Il problema di internet è questo, come quello di rendere gelidi i rapporti. E poi Facebook, ad esempio, è importante ma molto impersonale e rende i rapporti ancora più distanti. Invece di avvicinare, allontana tantissimo. Non generalizziamo, ma internet isola le persone, non le avvicina. E questo è terribile. È uno strumento che però potrebbe anche avvicinare: e questo è un problema generale della società. È mal utilizzato e, come tutto, è una lama a doppio taglio. Se usato bene può essere uno strumento favoloso, che può creare un movimento di massa umano, che sia buono o non buono.

Rocklab:Da anni sei italiano d’adozione. Cosa pensi che manchi alla musica indipendente italiana per emergere?
A.C.: Già emerge. I Giardini di Mirò hanno fatto qualcosa; gli Zu hanno fatto tanto; gli Aucan sono un gruppo incredibile. Non tutti però possono emergere. Ogni paese soffre di un’immagine forte, si porta un bagaglio pensante addosso. Forse l’Italia è stata per la musica molto conservatrice, molto chiusa su sé stessa per tanti anni ed è sempre stata conosciuta attraverso i luoghi comuni della pasta o della pizza. Io che ho vissuto tanti anni in Italia so benissimo che questo è solo uno stereotipo. In Italia ci sono delle situazioni che non ti aspetti; in Sicilia, ad esempio, musicalmente conoscono di tutto, mentre se si va in un isola sperduta della Scandinavia, non si sa niente di niente. Quindi è un’immagine l’Italia si porta dietro, ma per fortuna se ne sta liberando. In Francia è il contrario. Detta sinceramente, ci sono meno gruppi indipendenti interessanti in Francia che in Italia! L’Italia ha la musica nel dna, ha sensibilità artistica nel dna della gente, anche in quello del contadino che fa il vino.

Rocklab: In un futuro ti metterai alla prova anche col cantato in Italiano?
A.C.: Farei ridere! Faccio alcune cose in inglese ma pochissime, perché quello che dico si ferma a quello che sono. Non vado a dire in Inglese le cose che dico in Francese, mi limito a cantare una frase stupida che può anche essere divertente per un inglese, da ascoltare. Non vado a pretendere o a fare grandi discorsi con una lingua che non è mia. È già così difficile esprimersi in una lingua che conosci; è già difficilissimo comunicare nella propria lingua! Per farti un esempio, io ho avuto fidanzate italiane, e dire “Ti amo” mi è costato di meno che dire “Je t’aime”. Per dire “Je t’aime” ci metto tanto, posso metterci anche veramente anni. Dire “Ti amo” invece è, per me, come sarebbe per voi dire “Ti voglio bene.” È una frase di un’altra lingua; rimane per me un blocco di parole, ma non è una cosa che mi prende davvero! La stessa cosa avviene per il cantare. Puoi cantare in inglese, ma non ci credo che tu stia meglio a cantare in inglese e che comunichi meglio con l’inglese… Per quello ho più rispetto per un gruppo come i CSI rispetto a tanti altri gruppi italiani che invece cantano in inglese. Perché è una cosa autentica e vera. Cantare in un’altra lingua sarebbe per me come una cosa di consumo, come andare a mangiare al Mc Donald, però non sarebbe una cosa vera. Tu musicista devi avere la tua identità, non può somigliare ad Elvis o ad altri. Io arrivo anche da un paesino ed è bello dire: “Io voglio buttare il mio paesino nella mia musica”. Bisogna essere fieri delle proprie origini e mi dà fastidio questa cosa un po’ snob dello spacciarsi per qualcun altro. Anche se il rap non mi fa impazzire preferisco un gruppo rap romano, che dice delle cose vissute, come gli Assalti Frontali, e che mi parla. Oppure scegli di fare come gli Aucan dove la voce con il delay è equiparata a uno strumento. Se la voce è uno strumento in un magma di suoni mi va bene anche in inglese, però nel momento in cui canti un testo, è meglio sapere cosa dici.

Rocklab: grazie
A.C.: grazie a voi

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