Houses – A Quiet Darkness

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A Quiet Darkness: un titolo decisamente (e quantomai raramente) non solo azzeccato, ma anche in qualche modo esplicativo per questo terzo album degli Houses. Azzeccato perché  questa semplice combinazione di parole ben si adatta al lavoro della coppia originaria di Chicago formata da Dexter Tortoriello e Megan Messina; esplicativo perchè nella sua laconicità questo titolo richiama altresì  lo stile minimale che i due hanno adottato per la composizione di questo loro lavoro, tutto basato su una composizione che torna a essere totalmente laptop-centrica dopo la virata più poppeggiante – e soprattutto più elettrica – del precedente Clean Life.

Un disco che potrebbe essere la colonna sonora di un’ideale fiaba contemporanea: chitarre elettriche e elettronica minimale sono con grande maestria armonizzati alla grande abbondanza di suoni (e atmosfere) da musica classica: da quelli pianistici, elaborati per essere resi quantomai vellutati, o per somigliare a carillon et similia, a suoni d’arpa  o simil-archi, su cui le armonie vocali tra Tortoriello e Messina fanno capolino, con melodie il cui tono sommesso si fonde in un tutt’uno con gli arrangiamenti.

Molti sono i brani che evocano un mood da fiaba: Big Light, che si apre con poche note di un piano riverberato, sorrette ben presto da una cassa molto sostenuta e altri effetti sonori di atmosfera; Carrion, in cui un piano tremolante e degli effetti sonori  classicheggianti la fanno da padrone; What we lost, che si apre nientedimeno che con effetti d’arpa e si evolve con con dei vocalizzi campionati molto soavi sotto le voci dei due Houses e dei beat al rallentatore; e Tenderly, che è introdotta proprio dal suono di una molla che carica un carillon che cullerà poi tutto il brano, scandito da un beat dilatato, sia come sonorità che come ritmo.

I due Houses pensano bene di rendere più corposo il disco con un paio di interludi strumentali: The bloom,  di chiara ispirazione ambient,  e The Tired Moon, composta essenzialmente da un loop di tastiere in modalità violino un po’ dark e al cui sostegno si alternano chitarre elettriche ed altri effetti sonori. A completare l’opera qualche episodio dal sentore più oscuro (Peasants, Smoke Signals e proprio la conclusiva title track A Quiet Darkness) che fa sì che la scelta del titolo dell’album sia giustificata.

A Queit Darkness  si colloca così tra gli apripista di un diverso modo di intendere l’elettronica: è l’album dell’elettronica che campiona strumenti “analogici” tipici della musica classica, per ottenere un risultato che però, stilisticamente  e attitudinalmente parlando, si mantiene ancora sul versante elettronico. Un’evoluzione che  ad essere puristi si potrebbe definire non-sense. Ma che nonostante tutto è decisamente godibile.

[schema type=”review” name=”Houses – A Quiet Darkness” author=”Marcello Aloè” user_review=”4″ min_review=”1″ max_review=”5″ ]