Pyramids – A Northern Meadow

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Quando nel 2008 i Pyramids rilasciarono il loro album di debutto, il mondo “Heavy” più estremo non era ancora così musicalmente contaminato come negli ultimissimi anni. Per quanto riguarda le sperimentazioni, solo gli Alcest avevano tirato fuori dal cappello una bellissima sorpresa. Non si parlava ancora di shoegaze (per quanto riguarda il suo revival, ovviamente) ma si descriveva quel “Souvenirs” come un incantevole incrocio fra i primi Ulver e i My Bloody Valentine. Follia pura, a quel tempo.

Poi però un’altra sterzata la fecero appunto gli americani Pyramids con il debutto su Hydra Head. Suonare Black Metal era senza alcun dubbio un pretesto per mostrare tutt’altro. Gli overdrive erano stati completamente abbassati di volume, così come scarseggiava il growl. Il risultato fu una specie di noise-rock che ondeggiava fra Psychedelic Furs e My Bloody Valentine, farcito da echi a là Xasthur e Ride. In quel momento, come termine di paragone, si lessero i nomi di: Jesu, Velvet Cacoon, Sunn O))) e Neurosis.

Nel frattempo la nostra formazione rimase attiva mediante gli split con Nadja, Horseback, e Mamiffer. Oggi, A Northern Meadow segna il loro secondo full-lenght. E’ impossibile non notare le somiglianze con la trilogia ermetica dei Blut Aus Nord (Vindsval, il factotum del combo francese, è colui che ha programmato la drum machine in questo album) o con i Godflesh, eppure i Pyramids riescono a creare una soluzione sonora che si divide fra uno stadio tipicamente ctonico, riconoscibile dai corposi e vorticosi riff in overdrive, ed un altro decisamente più aureo, complici le linee vocali di matrice Dream-Pop. A livello stilistico non siamo così lontani da quel debutto sopra descritto. Fondamentalmente assistiamo ad una sorta di ricalibrazione sonora, di potenziamento di un suono primigenio. I riff slegati, scoordinati e graffianti, sono suonati al tremolo, sulle singole corde, e sorretti da un background di ascolti proveniente dal Metal industriale e da quel Death-Black in stile Portal. Porte chiuse, quindi, alle schitarrate aperte di matrice Post-Core tipiche di band come i Deafheaven. Le linee vocali, invece, tendono sempre a rimanere sul filo dell’armonia, fermandosi ad un millimetro dallo stonare. Un format così dicotomico che potrebbe risentire di una certa pesantezza, e che trova nella bellissima “I am so sorry, goodbye“, il brano che pur senza cambiare le carte in tavola, imbastisce armonie vocali davvero degne di nota.

Fondamentalmente non si può dire che con “A northern Meadow” i Pyramids abbiano fatto un grosso passo avanti. Ma possiamo certamente sottolineare un consolidamento del suono a discapito delle atmosfere Post-Rock degli esordi. Un’altra uscita oculata in casa Profound Lore.