Protomartyr – The Agent Intellect

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“Intelletto agente (o attivo) In gr. νοῦς ποιητικός; in lat. intellectus agens; in arabo al-‛aql al-fa‛āl. Nella filosofia aristotelica e nella sua tradizione indica la disposizione attiva dell’intelletto capace di astrarre la specie intelligibile dalla materia e di imprimerla nell’intelletto passivo o possibile che viene così attualizzato. Esso è dunque a un tempo il principio ultimo della conoscenza e la sua garanzia.”

(Dizionario di Filosofia, Treccani)

La doverosa citazione di cui sopra, che in primis appare quasi una supercazzola degna del blasonato Mascetti, risulterà fonte di ispirazione per i Protomartyr e conseguente declinazione nominativa del loro terzo disco, The Agent Intellect. Siamo al cospetto di un’intensa galleria di immagini, forme ed essenze, capaci di stimolare il già citato intelletto, solidificando la matrice post-punk che ruota attorno alla band – oltre all’impatto della voce di Joe Casey con la ritmica dissonante.

Ad attivare la connessione neuronale è ‘The Devil In His Youth’. Concentrata sui conati di un lirismo ricamato sull’esclusione e il disagio giovanile:

“You will feel the way I do, You’ll hurt the way I do, He’s easily abused, The devil in his youth.”

Una narrativa che spinge i suoi confini oltre le strutture cacofoniche tanto care al latente spirito post-industriale dei loro idoli – Pere Ubu, Wire, The Fall –, integrando la tensione drammatica del songwriting agli avvicendamenti del moto strumentale. Il ronzio spigoloso e desolante dei synth avvolge ‘Coward Starve’ su una gelida luce crepuscolare, trafitta poco dopo dall’approssimarsi frenetico e sbilenco di ‘I Forgive You’ – nonostante la consegna vocale resti immutabilmente oscura. Un tradizionalismo cupo che condanna la vivacità musicale di ‘Pontiac ‘87’ e ‘Uncle Mother’s’ all’inefficacia nel suo profilarsi minacciosamente prevedibile. Timori e sensazioni di frustrazione percettiva si dissolvono tardivamente: soltanto quando gli arrangiamenti coesi di ‘Dope Cloud’ e ‘Clandestine Time’ alternano in modo convincente il protagonismo dei ragazzi di Detroit.

Senz’altro, il momento migliore è riservato alle battute finali e all’imponente suggestione emotiva della prosa, culmine di un romanticismo perduto – ‘Ellen’ – che rende Casey portavoce dell’immenso amore del padre defunto nei confronti della madre affetta da Alzheimer. Distanziandosi dalle affinità lungimiranti dei loro contemporanei – Viet Cong, Ought, Algiers – optano per un’austerità compositiva che rende i brani quasi indistinguibili tra loro. Dall’equilibrio alla coerenza, pervasi da un’insostenibile sensazione di spossatezza.