Echo & the Bunnymen – Crocodiles

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La storia degli Echo & the Bunnymen è per molti versi accostabile a quella di altri due gruppi provenienti dalla scena Punk di Liverpool, i Teardrop Explodes e gli Wah!. Le menti dei rispettivi gruppi, Ian McCulloch, Julian Cope e Pete Wylie formarono verso la fine degli anni ’70 un gruppo chiamato “The Crucial Three”, e come i Teardrop, gli Echo pubblicarono i primi 45 giri di successo sull’etichetta indipendente Zoo.

Provenendo dalla stessa scena, era inevitabile che le influenze musicali fossero pressappoco le medesime: infatti, anche gli Echo & the Bunnymen vedono il proprio sound chiaramente influenzato da gruppi di culto come Joy Division, 13th Floor Elevators, Television e i più importanti gruppi Punk e Krautrock dei favolosi seventies. Il nucleo effettivo degli Echo era inizialmente costituito dal carismatico singer Ian McCulloch e dal chitarrista Will Sargeant, a cui si aggiunse presto il bassista Les Pattinson. Solo nel 1979, firmato il contratto con la Zoo, si aggiunse al gruppo il bravo batterista Pete DeFreitas, che sostituì la vecchia drum machine con cui il gruppo aveva eseguito le proprie performance fino a quel momento e fece spesso e volentieri da tramite con gli amici/nemici Teardrop Explodes – coi quali si era nel frattempo instaurata una sana e cordiale rivalità, che non impedì comunque alle due band di andare in tour assieme spesso e volentieri.

Dopo alcuni single di successo e la firma per la Sire Records, etichetta britannica affiliata nientemeno che alla Warner, Mac e soci pubblicarono nel 1980 il proprio LP di debutto, intitolato “Crocodiles”. L’album fece il botto e proiettò i quattro ragazzi di Liverpool nei piani alti delle chart britanniche fino a metà degli anni ’80; un successo più che meritato, alla luce della qualità complessiva dei brani presenti sul vecchio 33 giri e della bravura dei nostri sul palco.

L’ouverture “Going up” apre l’album con suoni stranianti di matrice Kraut che lasciano progressivamente il passo ad una melodia Dark che sfuma a sua volta nel primo brano vero e proprio. “Stars are stars”, è una meravigliosa Dark song nell’accezione più pura del termine, un brano in cui ritroviamo quella malinconia crepuscolare e disperatamente arrabbiata dei Joy Division e dei primi Cure. “Pride” e la title track “Crocodiles” sono invece i due momenti più puramente Punk dell’intero album: gli Echo mostrano di essere davvero bravi a mescolare le loro varie influenze, facendo convivere in perfetta armonia – e con abilità forse un po’ ruffiana – sonorità di varia provenienza: un po’ come avrebbero fatto pochi mesi dopo i Teardrop Explodes, ma senza l’efferatezza e la teatralità di questi ultimi. D’altronde, McCulloch era per attitudine l’esatto opposto dell’istrionico Julian Cope. Inoltre, Ian e soci erano un gruppo destinato al successo vuoi per la propria ambizione, vuoi per le spinte della propria label; non c’è da stupirsi quindi se alla traccia numero sei dell’album troviamo quella che forse è la loro canzone POP perfetta, l’ammaliante “Rescue”. Un classico brano New Wave basato su un buon ritmo, un ritornello efficace ed un McCulloch maliardo, ipnotico più che mai. In “Villiers Terrace” l’influenza dei Joy Division si fa sentire più che in ogni brano di quest’album, con Mac che a tratti sembra voler imitare la voce del compianto amico Ian Curtis. Ad una scialba “Pictures on my wall” seguono quindi due brani sincopati, ispirati dal sound dei contemporanei Bauhaus (“All that jazz” e “Happy death men”), in cui tornano a farsi sentire richiami psichedelici.

Crocodiles” è insomma quello che si suol definire una pietra miliare almeno per quanto riguarda il movimento Dark. Il successo fu clamoroso, al punto di entrare direttamente al 17° posto nelle chart UK, e garantire una luminosissima carriera agli Echo & the Bunnymen, che nel giro di 4 anni sarebbero arrivati addirittura al #2 con “Porcupine” (1984). Un successo che però comportò la produzione di dischi via via più “patinati” e dall’attitudine forse meno sincera rispetto a questo debut nel quale ancora si può ritrovare l’atmosfera della Liverpool underground a cavallo di quei due decenni.

Fu solo dopo il 1985 che i Bunnymen si persero, vuoi per crisi d’ispirazione, vuoi per quelle tensioni interne che hanno irrimediabilmente compromesso le produzioni dei vari album nella seconda metà del decennio; dapprima con l’uscita di Pete deFreitas (che sarebbe tragicamente morto in un incidente nel 1989) e poi ancora con l’estemporanea dipartita dello stesso Ian McCulloch. “Crocodiles” ad ogni modo rimane un debutto incredibile e già maturo, un album da conservare con devozione assieme ad altri capolavori dell’epoca come: “Kilimanjaro”, “In the Flat Field” o “Seventeen Seconds”.