Preoccupations – Preoccupations

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La vita è piena di problemi. La vita ci dà un sacco di preoccupazioni. Ne sanno qualcosa i Preoccupations, appunto. Questo quartetto post-punk canadese si è infatti reso protagonista di uno degli episodi più bizzarri mai accaduti nella storia della musica; a tal proposito è bene ricordare che i ragazzi in precedenza si chiamavano Viet Cong, ma a causa di numerose proteste messe in atto da chi ci vedeva un messaggio pericolosamente ambiguo, per non dire offensivo e razzista (roba che neanche i Death in June), hanno scelto di tagliare la testa al toro cambiando direttamente nome, quello stesso nome che dava il titolo al debutto eponimo risalente solo al 2015, onde evitare di finire sulla lista nera dei gruppi che nessuno farebbe salire su un palco, col rischio magari che un’orda inferocita d’antagonisti si presenti sul posto munita di molotov, al grido di “abbasso l’imperialismo occidentale!”.

Perciò la damnatio memoriae. Perciò addio Viet Cong. Ed eccoci al secondo e sofferto album. Meglio, eccoci al secondo (falso) debutto di questa band che un po’ come i criminali in fuga si è fatta un nuovo passaporto, una nuova carta d’identità, ma che infondo ha la stessa faccia di prima. Su questo, almeno, non c’è da preoccuparsi. Gli epigoni del post-punk hanno perso il nome ma non il vizio. Cosa dire dunque delle canzoni? Discrete, se non fosse per quel fastidioso retrogusto di retromania, che ormai è proprio ossessivo-compulsiva allo stadio da ricovero coatto. Ci troviamo insomma al Gran Karaoke Joy Division, alla fiera del “guarda come ti rifaccio bene gli Editors che rifacevano gli Interpol che rifacevano Ian Curtis che mannaggia dovevano prendermi a me a interpretarlo quando hanno fatto il film sulla sua vita”E sai già che il basso farà così, e la voce farà colà. Rispettare alla lettera le regole di un certo target. Con la voce un po’ alla Paul Banks, il sintetizzatore un po’ alla The Horrors versione New Order barra Vangelis, e le chitarre suonate in quel modo che ormai è come se un unico grande chitarrista post-punkettone suonasse in tutti i dischi post-punkettoni del mondo. Non a caso c’è un pezzo che si intitola “Monotony”, mentre “Memory” fra tutti è quello più riuscito, oltre ad essere il più ardito a livello di struttura (nulla di epocale, ma visto l’andazzo è oro che cola).

Resta comunque una speranza: ovvero che il gruppo, da adesso in poi, continui a spiazzare il pubblico cambiando nome ad ogni nuovo disco, a patto che sia un self-titled. Sarebbe uno slancio di fantasia non indifferente. E poi un’ultima, piccola, modesta provocazione: siamo proprio sicuri che questa musica, nell’intimo delle sue intenzioni, sia così diversa dai vari Mengoni, Emma, e compagnia cantante? Non c’è forse anche qui lo stesso calcolo freddo di chi ha imparato a memoria il compitino e cerca un consenso facile, con le dovute proporzioni di mercato, là dove è convinto di sfondare una porta già aperta? In mano a “promettenti artisti” come i Preoccupations il post-punk sta diventando una barzelletta, di quelle lunghe e per nulla divertenti, oltretutto. Il re è nudo, e occhio e croce sembra un automa.

Data:
Album:
Preoccupations - Preoccupations
Voto:
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