Colin Stetson – All This I Do For Glory

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Alla fine basta il suono di un sassofono per raccontare una vita intera. Storie d’imprese e fallimenti che accomunano eroi e persone comuni, anche fuoriclasse dello strumento come Colin Stetson: che una persona comune non lo è mai stata.

Il sassofonista statunitense torna con il primo disco solista dal 2013, intitolato “All This I Do For Glory”. E la gloria non manca a Stetson, considerato uno dei migliori musicisti in circolazione e con alle spalle centinaia di collaborazioni, tra le quali compaiono artisti del calibro di: Godspeed You!Black Emperor, Arcade Fire, Bon Iver e Tom Waits. Esponente di spicco dell’Avant Jazz, i suoi dischi sono perle di genere, vere e proprie testimonianze della simbiosi tra uomo e strumento.

Quest’ultimo lavoro non tradisce le attese e anzi s’investe di un significato quasi epico. L’ambizione è di voler raccontare le storie di una tragedia greca. Storie di amore, morte e leggenda che indugiano più sulla mente che sulle gesta. Chi è pratico di ascolti del genere sa che spesso il Jazz sperimentale rievoca l’istinto al posto della logica, il cuore più che la mente. In questo caso, per rimanere in tema epico, immaginiamo più Ulisse che Achille.

L’opener potrebbe descrivere l’approdo del vagabondo omerico nella sua amata Itaca e la stasi tra la voglia di vendetta, feroce e quasi inarrestabile, e la pazienza necessaria per attuarla. Il suono del sassofono si muove su percussioni in loop, che in loop non sono poiché l’intero album è in “analogico”, e su voci spettrali: quelle che richiamano gli istinti più animaleschi dell’essere umano.

I suoni, e ancora una volta, le percussioni, si ripetono come un mantra trasformando il Jazz in una elettronica primitiva, pagana, che ricorda proprio Aphex Twin e Autechre: come sperato dallo stesso Stetson. “In the Clinches” si apre con gli stessi beat di “Windowlicker” ma a velocità ridotta. Schema che si ripete in tutto il brano e nel quale il sassofono diventa a sua volta ritmo più che melodia.

In un viaggio a ritroso, stavolta il nostro Ulisse è alle prese con i demoni e le visioni di una Penelope lontana che offuscano la rotta verso casa. Rimanendo su un piano più realistico e su connessioni cerebrali meno elastiche di quelle di Stetson, dobbiamo porre l’accento sulla forza elettronica di questo lavoro. Anche nei dischi precedenti le inserzioni di questo tipo non sono mai mancate, a testimonianza di un Jazz che viaggia nel presente, ma in questo caso il disco è talmente nerboruto e allo stesso tempo vellutato da poter essere definito Ambient.

Esiste una sottile traccia che unisce Brian Eno a Steve Reich, e Stetson la trova catapultando il suono in un contesto bidimensionale, tra l’uomo e le sue sinapsi. La base elettronica è così spessa e indecifrabile, da rendersi adatta anche ad un club.

Il racconto del nostro Omero statunitense si chiude con “The Lure of The Mine” e a noi piace immaginare che la parola “lure” – in italiano, “richiamo” – sia proprio un riferimento alle sirene. Tredici minuti ossessivi, in cui la mente si muove e il corpo sta fermo. Le energie si accumulano per poi lasciarsi andare sul finale, quando il canto delle sirene è lontano, in dissolvenza e le percussioni prendono il sopravvento. Il nostro Ulisse supera l’ultimo ostacolo e Itaca si fa vicina. Infine il disco si interrompe nel momento di massima tensione, di botto e senza sfumature.

Al This I Do For Glory” è un disco che lambisce l’epico, sul serio. Un nuovo capitolo che si aggiunge alla composizione di questa tragedia Jazz.

Data:
Album:
Colin Stetson – All This I Do For Glory
Voto:
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