Prong – Zero Days

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Tommy Victor riparte da “Zero Days”.

Per quasi un decennio New York è stata la culla del white noise. Dalla metà degli anni Ottanta certo indie-rock abrasivo e urticante partorito dalla Grande Mela smetteva essere di nicchia, pronto per venire sdoganato dalle major come alternative in tutto il mondo.

Era il tempo in cui la muscolarità selvaggia dell’hardcore si fondeva col metal più ragionato, non limitandosi però ad un semplice gioco di sintesi – un pò come succedeva parallelamente per il crossover metal-core. Era la nascita di un vero e proprio sound dall’indiscussa identità, attraverso il quale, grazie al lavoro di label come Amphetamine Reptile e formazioni del calibro di Helmet, Cop Shoot Cop e Unsane, veniva stabilito un nuovo standard. Così, il rumore bianco, la ripetitività ossessiva dei riff, gli echi lontani del noise-industriale, il post-punk, il garage-blues ed ovviamente il metal, diventavano componenti contraddittori ma funzionalmente intercambiabili di un nuovo sentire rock.

In questo calderone, furono due i gruppi che incarnavano l’aspetto più metallaro dell’intera faccenda, pur applicando ad esso la sperimentazione di cui sopra: i White Zombie e per l’appunto i Prong del cantante/chitarrista Tommy Victor. Entrambi legati da una idea di metal in continua evoluzione, che riusciva sempre a essere fagocitante di musiche non propriamente consoni al genere madre.

Per i newyorkesi Prong, l’approccio hardcore dei primi album, che li avrebbe spinti a cimentarsi in seguito con il thrash metal, rappresentava solo il primo step di un’evoluzione che puntava addirittura verso certa new wave. Portandoli a realizzare nel 1990 il capolavoro “Beg To Differ”.

Del resto, Tommy Victor nel tempo ha continuato a cibarsi di new wave, avendo capitalizzato la lezione dei primi Killing Joke / Chrome, per poi intubarla all’interno di un corpo noise-metal particolarmente rigido; un vero residuato post-industriale.

Oggi, lasciandosi alle spalle un decennio di album inutili, nonché ingombranti distrazioni – come chitarrista e compositore in seno a Ministry e Danzig –, e recuperando in parte la creatività propulsiva di “Cleansing” (1993) ed emotiva di “Rude Awakening” (1996), il nostro Tommy Victor sembra rigenerato.

Zero Days” è una locomotiva che viaggia a pieno regime, in corsa verso il post-metal a cui ci avevano abituato: quello dalle ritmiche di chitarra serrate di matrice thrash metal implose all’interno di un tunnel sonoro buio ed oppressivo. Il nostro resuscita dunque con successo il cadavere degli album sopraccitati con una serie di killer-songs serratissime – “Divine and conquer” e “Rules of the collectives”, la melodica “The whispers” in stile Killing Joke, e la claustrofobica “Self righteous indignation” che ricorda vagamente il muro sonoro dei Godflesh –, fallendo in parte quando si prodiga verso il tributo ai propri mentori: la title-track “Zero days” forse ricorda un po’ troppo il cyber-metal dei Fear Factory, mentre “Westing of the dawn” fa il verso ai Ministry.

Andando a spulciare tutti i 14 brani, e considerando anche “Reason to be fearful” inclusa nella versione giapponese del disco, ci si accorge di essere al cospetto di un album che, pur non essendo perfetto, rimane gradevole e che addirittura accende ancora una volta l’interesse nei confronti di una band che si credeva ormai spenta a livello creativo.

Zero Days” è album consapevole, melodicamente ruffiano ma al tempo potente, con una certa continuità e coerenza di stile.

Data:
Album:
Prong - Zero Days
Voto:
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