Slaves – Take Control
Gli Slaves, proprio mentre rafforzano la loro identità punk, escono dal confine pre-tracciato e guardano altrove con grande voracità.
Gli Slaves, proprio mentre rafforzano la loro identità punk, escono dal confine pre-tracciato e guardano altrove con grande voracità.
Banks funziona quando infila la melodia non banale e di meno quando è più prevedibilmente sofisticata. Come nel video laccato di “Gemini Feed” o in quello di “Fuck With Myself”, dove ostenta un’aria inquietante e sado maso. Tra i produttori e i collaboratori (più o meno gli stessi di Goddess) c’è ancora SOHN e si sente.
C’è meno magia ma non è un problema. Basta ascoltare A Corpse Wired For Sound recuperando contestualmente anche tutto il materiale precedente. Sì, ogni tanto vale la vecchia storia del tragitto che conta almeno quanto il punto d’arrivo.
Angel Olsen non sperimenta come una Jenny Hval (“Intern” è cosa a sé). Eppure rende personale un territorio classico. Quel posto dove è facile fare conquiste estive ma dove pochi riescono a strappare i cuori (fino alle classifiche di dicembre).
Ascolto dopo ascolto, Boy King sembra un disco quasi impeccabile. La ricerca di un momento davvero fiacco o fuori fase rimane all’incirca infruttuosa. Però, il vero rischio di un lavoro del genere è la permanenza su quello stesso range (emozionale prima ancora che sonoro)
La conclusiva e dilatata “Dreams Of A Samurai” ci riconnette al capitolo con Dave Navarro (One Hot Minute) che oggi sarebbe da riascoltare. Ecco, quello era stato un disco “diverso” arrivato nel momento sbagliato. The Getaway è meno “diverso” ma, come dire, non suona inopportuno.
Un disco politico, intimo, orgoglioso e leggero. Non si finisce mai perché c’è dentro la vita di un tizio, non solo la sua arte di musicista. E che qui dentro ci sia la sua vita lo suggerisce anche una piccola assenza: tutte quelle cantanti e nemmeno un minuto con Samantha Urbani.
Un’approccio strafottente, sudicio, sperimentatore, che nel 1989 partorisce, nella beata incoscienza, una guida ragionata al crossover.
La trama dei Minor Victories è uno shoegaze ad alti livelli di brumosità che, in quanto a coordinate storiche, si distende su tutti gli anni novanta.
In questi tempi in cui hip hop ed elettronica s’incontrano spesso, sembra che sia più l’elettronica ad avere bisogno dell’hip hop che viceversa. Nel bilancio dei tre pezzi in questione, invece, Flume rende di più di quel che chiede.
Il secondo album di Jessy Lanza va misurato al netto di aspettative molto alte. Il motivo di tanta attesa va cercato in un disco d’esordio esaltante (Pull My Hair Back), nelle collaborazioni d’oro e nell’atteggiamento non sempre decifrabile della canadese. Jessy Lanza sembra una assai sicura di sé ma pare anche diligente fino alla nerditudine.
Questo è un disco su tutto il dolore del mondo, sulla speranza e l’assenza di speranza, sulle cose perdute e su quelle riaffermate. All’apparenza non sembra un disco su di sé. Sembra un disco sui problemi degli altri, ma presi a cuore come fossero i propri e poi fatti diventare propri per davvero. In genere lo può fare una donna.
Fin qui ci si era chiesti spesso quale strada, tra quelle accennate, Bibio avrebbe scelto d’intraprendere. Ma oggi, di fronte a una discografia così strutturata, sappiamo che la sua cifra personale è proprio quella che ascoltiamo in A Mineral Love. E quella domanda suona finalmente superflua.
Belgica sviluppa una omogeneità tutta sua. Le facce diverse narrano una medesima storia e la mano dei Soulwax emerge aldilà del desiderio di celarla. Curiosamente, il bello di questo disco che insiste tanto sull’eterogeneità e il travestimento è che, alla fine, gli autori non ce la fanno a nascondersi del tutto.
Otto sono gli anni trascorsi dalla precedente e, fino a poco fa, unica versione dei Last Shadow Puppets. A un progetto come questo non si chiedono iniziative destabilizzanti perché, probabilmente, ha più la funzione di una sorta di rifugio, di un sentiero già battuto da ripercorrere, di un ritiro che rigenera. Quindi non vediamo l’ora che gli Arctic Monkeys regalino ad Alex Turner la pressione, lo stress, la tensione che gli fanno produrre le cose migliori.