Recensioni

Liars – TFCF (Them From Crying Fountain)

Liars – TFCF (Them From Crying Fountain)

Se sulla scena musicale d’avanguardia contemporanea esiste una band indecifrabile, abituata a cambiar pelle e aspetto quelli sono i Liars. Faremmo meglio a dire “liar” visto che quello che è nato diciassette anni fa come un trio, con l’ultimo “TFCF” si è trasformato in un progetto solista con a capo un sedotto e abbandonato, come ci suggerisce l’immagine di copertina, Angus Andrew.

Unsane – Sterilize

Unsane – Sterilize

Chris Spencer (chitarra, voce) ama gli Stooges, Dave Curran (basso,voce) gli Slayer, ed il batterista Vinnie Signorelli va in fotta per gli Who e Alice Cooper, si incontreranno sulla via di Ozzy (Black Sabbath) per poi riscrivere le regole del rumore. Perché vanno avanti da una vita insieme, ed hanno imparato a sopportarsi, sono amici fraterni, abili nel manipolare le tematiche più crude del sociale con un’estetica à la “Splatters – Gli Schizzacervelli”: se non l’avete visto lo trovate anche sotto il nome di “Braindead” e “Dead Alive”. Poi c’è il suono, perennemente saturo, apocalittico, esperimento ben riuscito di orgia stilistica in cui tutta la musica pesa s’ingroppa all’unisono, partorendo l’impenetrabilità di una disfatta finita nel sangue. L’eleganza del bukkake, lo lasciano agilmente all’AOR. Granitici, come sempre, forse anche di più.

Converge – I Can Tell You About The Pain

Converge – I Can Tell You About The Pain

Dopo “Wretched World”, uno dei loro brani più alternative-rock, e “Jane Doe”, semplicemente totemica e capace di aver riscritto certi standard della musica estrema, ora tocca a “Eve”: che probabilmente rappresenta l’indizio sulle novità stilistiche che possiamo, finora, intravedere da questo piccolo ma accecante spiraglio.

Godblesscomputers – Solchi

Godblesscomputers – Solchi

I racconti di GBC non hanno fine, “Solchi” è uno scrigno che tracima di idee ben calibrate. L’eterno sogno di un bambino pronto a scoprire il mondo attraverso la musica, lo stesso bambino che compare nel primo video ufficiale di “Just Slow Down” e che chiude l’album con la malinconica “Freddo”.

Havah – Contravveleno

Havah – Contravveleno

Gli Havah ricamano sulle vicende del partigiano un intreccio di gelidi cristalli Dark-Wave anni ’80, facendo leva sull’insegnamento impartito dalla “Siberia” dei Diaframma e su certa militanza di stampo CCCP – Fedeli Alla Linea, sfumando il tutto con la crème di genere; siano i Joy Division “L’accettazione”, i Bauhaus “Al Di Fuori Del Male”, o i Cure più scuri “Il Loro Errore”.

LCD Soundsystem – American Dream

LCD Soundsystem – American Dream

priorità.

Più che l’ argento qui è il suono del cristallo a dominare. La traccia che dà il titolo è fatta anche del ghiaccio trasparente delle tastiere. E il tratto epico è vigorosamente presente in modo inedito anche nelle canzoni dalle pose più punk. Si è poi detto molto del rapporto di Murphy con Bowie e tutti ne abbiamo cercato tracce tra le parole di queste canzoni.

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

Certo, si poteva presagire qualcosa di molto simile alle prove soliste di Wynn, ed invece il risultato finale si presenta come un’opera dei The Dream Syndicate al 100%. Si prendano ad esempio le iniziali “Filter me Through You” e la bellissima “Glide” e si avrà l’impressione di essere tornati nel 1984, periodo “Medicine Show”. Con “Out of My Head” e “80 West” vengono rielaborati gli esordi, le ubriacature dei “Giorni del vino e delle rose”.

Idles – Brutalism

Idles – Brutalism

Brutalism è un disco emozionante, che ricorda per costruzione il cut up d’inizio millennio ad opera degli Strokes, qui adagiato sui dettami di formazioni più recenti e dai suoni ruvidi come Iceage e Holograms: 13 canzoni dirette al cuore dell’ascoltatore, 13 potenziali inni. Il comparto testi è un vademecum del disagio giovanile Britannico “post Brexit”: disoccupazione, incapacità dell’attuale “establishment” politico nella risoluzione dei problemi, criminalità. Non aspettatevi canzoni d’amore dunque, ma una descrizione oggettiva della situazione in cui attualmente i giovani inglesi versano.

Prong – Zero Days

Prong – Zero Days

“Zero Days” è una locomotiva che viaggia a pieno regime, in corsa verso il post-metal a cui ci avevano abituato: quello dalle ritmiche di chitarra serrate di matrice thrash metal implose all’interno di un tunnel sonoro buio ed oppressivo. Il nostro resuscita dunque con successo il cadavere degli album sopraccitati con una serie di killer-songs serratissime – “Divine and conquer” e “Rules of the collectives”, la melodica “The whispers” in stile Killing Joke, e la claustrofobica “Self righteous indignation” che ricorda vagamente il muro sonoro dei Godflesh –, fallendo in parte quando si prodiga verso il tributo ai propri mentori: la title-track “Zero days” forse ricorda un po’ troppo il cyber-metal dei Fear Factory, mentre “Westing of the dawn” fa il verso ai Ministry.

EMA – Exile In The Outer Ring

EMA – Exile In The Outer Ring

Exile In The Outer Ring è un album importante per i nostri tempi, ma non per questo di facile assimilazione. Pensiamo alla lenta e ondivaga “Breathalyzer” dove certi clangori appartenenti alla “Death Valley 69” dell’accoppiata Sonic Youth / Lydia Lunch vengono utilizzati per descrivere la storia di una donna che schiva la violenza durante il proprio cammino – senza mai spiegare se quell’uomo sia aggressore o complice –, fino a quei giovani americani che vogliono una “Aryan Nation”, agendo come risultato spastico di un liberalismo classico.

Queens Of The Stone Age – Villains

Queens Of The Stone Age – Villains

Homme, dal canto suo, dice di aver pensato l’album come “una cosa stretta e asciutta”, che si ricongiunga con lo “spirito” Rock’n’roll tutto – noi diremmo piuttosto quello d’inizio millennio. Scopriamo così un Josh a cui piace ballare – ma anche questo l’avevamo già capito ascoltando i dischi di Eagles Of Death Metal e Them Crooked Vultures; da cui qui attinge a piene mani, soprattutto dagli ultimi.

Bedouine – Bedouine

Bedouine – Bedouine

Il fatto è che se si considera l’album da un punto di vista musicale e artistico in senso stretto rimane un lavoro importante, decisamente ben fatto con punte artistiche molto alte, come per “Back to you”, “Nice and quiet” o “Mind’s eyes”. Se, però, si inserisce in un contesto più ampio pecca d’identità, di carattere, rimanendo uno dei tanti album belli usciti durante l’anno, un compito ben fatto, ma nulla più. Peccato.