Dredg – El Cielo

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

Capolavoro. La recensione potrebbe finire tranquillamente qui. Per quanto mi riguarda “El cielo”, seconda fatica di questi statunitensi Dredg, è senza alcun dubbio la migliore uscita alternative rock del 2002, concetto che ho cercato di far presente a molte persone tra amici, colleghi, musicisti, e posso garantirvi che tutti sono stati d’accordo nel definirlo quantomeno un grandissimo disco.Già… questo “El cielo” è uno di quei dischi che una volta assimilato si comincia a desiderare di farlo conoscere a più persone possibili, poichè si avvertono caratteristiche diventate purtroppo merce rarissima nell’intero panorama rock mondiale di oggi, ovvero la novità e la freschezza, doti che a mio parere avevano già lasciato intravedere nel loro disco d’esordio “Leit motif”, passato pressochè inosservato ma che aveva evidentemente ben impressionato quelli della Interscope, una delle etichette più importanti del settore. Il suono dei Dredg è molto complesso: esso parte da una matrice di stampo quasi grunge, rielaborato poi da suggestioni post rock nell’utilizzo delle chitarre e sorretto da una esplosiva sezione ritmica che strizza l’occhio a tentazioni funkeggianti.Ma non è finita qui:di tanto in tanto appaiono squisiti interventi di pianoforte, fiati ed archi che arricchiscono ulteriormente il già colorito paesaggio “dredgiano”, portando questo “El cielo” su sonorità che potrebbero affascinare anche gli amanti di certo space rock vicino alle ultime cose dei Porcupine tree. Il disco gode di una produzione superlativa che mette in risalto la perizia con cui i Dredg hanno curato fin nei minimi dettagli gli arrangiamenti di tutti i brani, tra l’altro legati tra loro da intermezzi strumentali che danno al disco un’ affascinante continuità. Parlare di singoli episodi è inutile: ciò che impressiona è un generale senso di qualità totale che si respira per tutti i quasi 60 minuti di durata e un’ evidente attitudine volta a sgretolare inutili classificazioni, portando quindi l’ascoltatore al difficile compito di confrontarsi con un rock che abbraccia spesso il concetto di universalità, missione, nel passato, a volte risultata quasi impossibile, data la storica necessità del popolo rock di sentirsi ancorato ad un genere piuttosto che ad un altro e quindi non a proprio agio con soluzioni così sofisticate. Ma sono altresì convinto che gli amanti del rock considerato serio troveranno assolutamente stimolante questa sfida. Scendo nel particolare solo per sottolineare la splendida prova vocale di Gavin Hayes e la fantasiosa performance dietro le pelli di Dino Campanella. Per il resto siamo di fronte ad un potenziale “All time classic” che non dovrà mancare per nessun motivo in ogni collezione di dischi che si rispetti.