Mogwai – Happy songs for happy people

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Attendevo con ansia questo quarto capitolo dei Mogwai, soprattutto per scoprire in quale direzione sarebbero andati dopo un album come “Rock Action” che, sebbene timidamente, entrava in polemica con le bizzarre sonorità di “Young team”, loro indiscusso capolavoro e uno dei manifesti del post rock. Ma se in “Rock action” certe progressioni verso sonorità più solari rimanevano degli splendidi tentativi che non mettevano eccessivamente in discussione il loro tipico sound, in questo “Happy songs for happy people”, (mai titolo di album fu più in contrasto col mood espresso dalle canzoni in esso contenute) possiamo tranquillamente parlare di significativo cambiamento. E l’operazione cambiamento, o evoluzione, o rinnovamento che dir si voglia è perfettamente riuscita, senza dover pagare i soliti dazi ai quali spesso si è costretti a far fronte quando ci si trova a dover cambiar veste al proprio sound. Il disco è bellissimo e quantomai ispirato e nonostante il loro inconfondibile trademark si avverta un po’ in tutti i brani, il loro stile oggi sfocia definitivamente in un onirico e pacato space rock quasi totalmente strumentale che concede pochissimo spazio sia ai rumorismi industriali degli esordi, relegati sullo sfondo e quasi impercettibili, sia alle loro improvvise esplosioni elettriche. Piuttosto si cerca di avvolgere l’ascoltatore con ambienti sonori quasi cristallini e melodie – dopo le estenuanti ricerche sperimentali degli esordi – finalmente compiute all’interno di affascinanti composizioni che puntano tutto, o quasi, su atmosfera, effetto e emozionanti crescendo. Come sempre, si tratta di un disco molto chitarristico appoggiato su una effervescente base ritmica, ma non mancano le solite finezze: i celestiali interventi d’archi nella splendida “Killing all the flies”, i seducenti interventi pianistici che contrastano con i patterns elettronici della sublime e toccante “I know you but what am I ?”, malinconici e sussurrati interventi vocali nella tristissima “Boring machines disturns sleep”, mentre più in linea con le sonorità del passato ho trovato esclusivamente la conclusiva “Stop coming to my house”. Benchè ci si trovi di fronte ad un’ opera che si lascia amare sin da subito, gli ascolti più scrupolosi aiuteranno a scovare certi meravigliosi angoli nascosti e a mettere in luce la carica immaginifica di questo disco sorprendente per maturità e senso evolutivo e che sono sicuro contribuirà a far guadagnare alla band nuovi ammiratori senza deludere i vecchi.