Waterboys – Universal Hall

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Mike Scott ci riprova, il polistrumentista scozzese è deciso a rimettere assieme la sua miglior creatura i Waterboys (il nome è preso dall’omonima canzone di David Bowie). A tal proposito dopo anni di litigi Mike si riappacifica con il violinista Steve Wickham che era stato uno dei punti di forza della band nel suo glorioso passato. Dopo la buona prova di “Fisherman’s Blues pt 2” che aveva riportato in alto le quotazioni della band ora Scott deve dimostrare di saper ancora scrivere grandi canzoni. Con il gia citato seguito del loro capolavoro più famoso gli era bastato prendere delle registrazioni escluse dalla prima pubblicazione e riarrangiarle per ottenere un buon risultato; ora questo trucco non può più essere usato per cui questo Universal Hall è davvero la prova del fuoco per il musicista scozzese. Probabilmente i lettori più giovani non lo sanno ma verso la fine degli anni ’80 gli Waterboys erano considerati la vera alternativa agli U2; Dopo il successo di “This is the Sea” (1985) la band era accreditata come la miglior formazione pop rock del pianeta da una bella fetta della critica specializzata. Questo fece si che il loro lavoro successivo “Fisherman’s Blues” fu atteso come la consacrazione definitiva, avrebbe dovuto essere la loro rampa di lancio verso l’universo delle rock star. In questi casi il music businnes richiede che il ferro venga battuto finchè è caldo per cui il disco avrebbe dovuto arrivare nei negozi abbastanza in fretta. Scott e soci invece si chiusero in studio e non fecero altro che suonare per quasi 2 anni di fila; Sorda alle insistenze della casa discografica, la band passava le giornate a “jammare” a sperimentare senza curarsi delle scadenze. Il risultato fu che quando il disco fu ultimato nel 1988 Bono e soci avevano gia catalizzato su di loro l’interesse del pubblico e il gli Waterboys erano stati quasi dimenticati. Il pubblico aveva mutato i suoi gusti e per il loro folk rock non c’era più posto. Fisherman’s Blues ebbe comunque un buon successo ma non fu sufficiente, gli attriti tra i membri della band aumentarono e praticamente , nonostante il successivo “Room to Roam” fu un buon disco, la storia degli Waterboys si concluse qui. Pubblicarono altri lavori ma di livello nettamente inferiore ai capolavori del passato. Ora come gia detto Mike Scott ci riprova. Leviamo subito ogni illusione questo nuovo album non è all’altezza dei loro grandi dischi ma è comunque superiore a tutti quelli pubblicati dal ’90 ad oggi. Insomma la band ha ripreso il giusto cammino ma è ancora lontana dalla meta finale. Vediamo un po’ più in dettaglio le 12 canzoni che compongono questo disco. Il primo brano “This Light Is for the World” ci fa ben sperare; è una bella ballata in tipico stile della band con violino e piano in evidenza, la voce di Scott è ancora di grande livello e il brano si fa ascoltare con piacere sorretto dall’ottimo lavoro di Wickham soprattutto nel finale della canzone. La successiva “The Christ in You” è una malinconica ballata per sola voce e violino con una chitarra appena accennata in sottofondo, Steve e Mike si intendono ancora a meraviglia e il risultato è davvero ottimo. “Silent Fellowship” alza un pò il ritmo, è una ballata dai toni epici con una bella prova di tutta la band ,soprattutto della sezione ritmica, mentre in “Every Breath Is Yours” è il piano ad accompagnare la voce sofferta di Mike. L’anima più folk della band si fa sentire in “Peace of Iona” dove il violino di Steve ricama note struggenti seguendo il lamento del leader, decisamente uno dei brani migliori del disco. Ancora toni pacati per la seguente “Ain’t No Words for the Things I’m Feeling” una song quasi sussurrata con gli strumenti che entrano di soppiatto ed il piano ancora protagonista. “Seek the Light” è decisamente il pezzo più brutto del disco, una sorta di sperimentazione elettronica su cui è meglio sorvolare. Fortunatamente si tratta solo di un episodio e la successiva “I’ve Lived Here Bifore” ci risolleva subito. Solo voce e pianoforte per una canzone di grande impatto emotivo, molto buona la prova vocale di Scott (suo anche il piano). Si prosegue con “Always Dancing, Never Getting Tired” il brano più ritmato del disco con un piacevole ritornello e il violino a dare il tono folk assieme ai tamburelli. Il folk irlandese è protagonista assoluto in “The Dance at the Crossroads”, brano strumentale con violino e flauto come primi attori, una danza piacevole che rimanda la mente a paesaggi lontani e carichi di fascino. Dopo questo allegro intermezzo strumentale i toni ritornano drammatici con “E.B.O.L.” una grande ballata dal tono epico cadenzato e struggente, sempre più sofferta la voce di Mike che si cala alla perfezione nel ruolo. Chiude il disco la title track con ancora il violino sugli scudi: è il brano più lungo del disco l’apoteosi della rinnovata amicizia tra Scott e Wickham. In questa canzone sembra di risentire i tempi gloriosi di Fisherman’s Blues mentre il brano prende quota lentamente con la voce che ora parla ora sussurra per andare poi in crescendo.
In conclusione si può dire che a parte un solo episodio l’album è senza dubbio di buon livello con 3 o 4 canzoni di spessore davvero notevole. Il segreto del disco sta ovviamente nel ritrovato feeling tra il leader e il suo violinista che sanno ricreare le atmosfere che li hanno resi celebri in un passato che sembrava perduto per sempre ma che ora ritorna a portata di mano. Questo album non è un capolavoro ma senza dubbio un buon disco e soprattutto un ottimo punto di ripartenza che ci lascia davvero ben sperare per il futuro. Ben tornati assieme Mike e Steve.