Sylvian, David – Dead bees on a cake

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Ascoltando “Dead bees on a cake” mi è sembrato a tratti di fare un balzo indietro nel tempo: in quest’album del 1999 David Sylvian ha sfoderato nuovamente tutta la sua classe e le atmosfere dei suoi primi lavori. Accompagnato dal fidato Steve Jansen e, ancora una volta, dal grande Ryuichi Sakamoto, Sylvian ci apre per 70 minuti le porte del suo magico, elegantissimo mondo di sogno.
I nove minuti dell’opener “Surrender” paiono dissolversi in un batter d’occhio: la gentile, soave voce dell’ex leader dei Japan accompagnato dai fiati e dagli archi magistralmente orchestrati dal maestro Sakamoto crea un’atmosfera calda e delicata dalle tinte jazz, da cui non si vorrebbe mai uscire. La breve “Dobro #1” è un intermezzo gradevolissimo, in cui il dobro di Bill Frisell accompagna la voce e la tastiera di David introducendoci in una “Midnight sun” meravigliosa traccia dalle forti e suggestive tinte blues, che si avvale di parti tratte da “Drifting blues” di Charles Brown e Johnny Moore. In “Thalheim” Sylvian si avvale di raffinati e sensuali atmosfere ambient elettroniche, accompagnate qua e là da deliziosi stacchi chitarristici e dal sublime corno di Kenny Wheeler. Il groove di “Godman” non mancherà di conquistare l’ascoltatore, così come il breve intermezzo “Alphabet angel”, in cui Sylvian e Sakamoto traggono tutta la grazia possibile dalle note dei loro strumenti. “Krishna blue” già dal titolo sembra volerci portare nella lontana India, e il bansuri e il gong altro non fanno se non ricreare l’aria di questo affascinante paese, dando vita ad una sorta di preghiera rituale, mentre “The shining of things” è il perfetto connubio fra le orchestrazioni d’arco del maestro giapponese e la voce dell’amico britannico, che qui si esprime al massimo della sua intensità, un’intensità dovuta – è sempre bene ricordarlo – anche ai deliziosi e poetici testi che questo artista è capace di comporre. Se “Café Europa” ripropone le delicate, romantiche atmosfere ambient/house di “Thalheim”, grazie anche alla sensualissima voce di Ingrid Chavez, “Pollen path” ci riporta invece a un sound più sperimentale, vicino ai pezzi composti assieme a Fripp in “Gone to Earth” e “The first day”, fra i cui elementi sonori spiccano le eccellenti chitarre slide e acustica di Marc Ribot; “All of my mothers names” è un altro pezzo orientaleggiante, grazie eccezionali le percussioni di Talvin Singh, cui però è aggiunto un alone cupo ed inquietante grazie ai campionamenti e alla chitarra di Sylvian, per sfumare alla fine in un atmosfera jazz dalle forti tinte noir, mentre la successiva “Wanderlust” ci riporta su atmosfere decisamente più soft.
A concludere questo viaggio meraviglioso ci pensano “Praise”, autentica preghiera rituale affidata alla voce di Shree Maa, semplicemente accompagnata dagli strumenti dell’artista, e la delicatissima “Darkest dreaming”, in cui il buon David fa tutto da solo, regalandoci forse il momento più dolce dell’intero album, il cui unico difetto sta proprio nell’essere la conclusione di questo sogno fantastico.
Classe, perfezione per ogni strumento, influenze dai generi più vari, poesia, atmosfera… o più semplicemente arte, ai massimi livelli: questo è quanto capace di donarci David Sylvian, forse il più elegante genio che la Musica abbia mai avuto, qui al meglio dell’ispirazione e circondato da eccellenti collaboratori. Non mancherà di colpirvi nel profondo, non esitate ad accogliere questo piccolo, grandissimo dono.