Fantômas – The Director's Cut

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Qualche anno fa, era praticamente impossibile prevedere che il genio di Mike Patton potesse dar vita ai Fantomas. E’ vero come l’affermazione che i Fantomas potevano essere solo una sua creatura. Il secondo elemento di cultura preso in considerazione dal gruppo è un certo tipo di cinema cult. L’album è contestualizzato secondo il tema, le canzoni sono indicizzate come “Take n° 1-16” incluso il salto della “ripresa” numero 13, prassi cinematografica; il booklet presenta straordinari particolari di manifesti cinematografici anni ’50 e l’ensemble è presentato come nei credits di un film hollywoodiano. Tuttavia, l’atmosfera è ben altro che nostalgica e convenzionale. Partendo dai “main themes” delle colonne sonore dei film più originali e disturbanti che la produzione cinematografica internazionale abbia conosciuto (Il Padrino, Il Presagio, Rosemary’s Baby, Il Golem, Fuoco cammina con me, Henry: Ritratto di un serial killer), in cui rivediamo con piacere la firma di parecchi compositori di radici italiane come Badalamenti, Mancini, Nino Rota ed Ennio Morricone, Mike Patton ha lavorato di fino per recuperare filologicamente l’anima di quelle composizioni per poi stravolgerle in visioni disturbanti. Visioni violente, immediate, proprio come il cinema che vorremmo per sentirci davvero presi e messi al muro da ciò che accade davanti ai nostri occhi; eppure mai pericolose. Pur stupefacenti, sono sempre visioni, adatte a depositarsi come un film impressionante si stampa nella memoria, forse ironizzando un po’ la plausibile serietà con cui lo spettatore assiste. Quando ascoltiamo “The Godfather” ci lasciamo andare a quella melodia piena di tradizione e storia, familiare, per poi rimanere stupidi dall’incredibile accelerazione chitarra/batteria, puro noise sperimentale; nuovamente un break che ricama sulle meravigliose potenzialità armoniche della musica di Rota, inseguita dalla voce ironica ma intonata di Patton; il tutto si fa poi maestoso, con una batteria talmente veloce da rendere il “beat” praticamente inutile: la canzone esce dalla sfera del tempo, la frenesia perde senso, si rimane solo estasiati da quanta intensità possa essere raggiunta in così pochi secondi. “Rosemary’s babe”, il tema dal più inquietante film di Roman Polanskj, si propone come capolavoro del disco, vantando un basso avvolgente che impartisce l’atmosfera per l’intreccio delle voci di Patton e della bambina che riprende il “La-la-la…” storico del pezzo, pianti di neonato, carillon, praticamente un dolce e seducente incubo diurno. Pezzi come “The devil rides out” o “Night of the Hunter” rilassano la tensione da un lato ma aprono baratri spazio-temporali, con nenie perversamente ricorsive, ed astute aggiunte di vibrato di chitarra elettrica e cimbali. La tendenza, nei pezzi più forti, è di raggiungere un climax finale, come avviene nella splendida canzone di chiusura “Charade”, duplice nella sua natura puramente melodica/noise; la performance di Dave Lombardo al termine di questa canzone quasi deride i tentativi di batteristi come Trym o Hellhammer di suonare estremi. Il disco pur non avendo pezzi deboli, presenta ancora altri pezzi degni di menzione esplicita: “Fire walks with me”, trasformata in un pezzo alla 3-D dei Massive Attack ma più pregna, più malata, più cinematica, straripante. E ancora “Investigation of a citizen above suspicion”, “Henry: Portrait of a serial Killer”, “Cape Fear” rappresentano la comprensione profonda raggiunta da Mike Patton di ciò che originariamente questi pezzi volevano comunicare; e la resa finale è iper-aderente a quelle atmosfere. Questo disco merita dall’8/9 nella sua perfezione, non fosse che le musiche non sono originali. Altrimenti, sarebbe stato un altro album da iscrivere alla storia definitiva della musica.

Damien Filth

Dopo lo split dei Faith no More poteva un genio del calibro di Mike Patton decidere di mollare tutto e andare nel suo buen retiro? Ovviamente no, però prima era il caso di trovare dei validi collaboratori per un nuovo progetto in cui esprimere al meglio il suo talento: ecco quindi che alla chiamata del carismatico singer rispondono tre artisti di indiscutibile livello, ossia Buzz Osbourne (chitarrista dei Melvins), Trevor Dunn (bassista dei Mr. Bungle) e il leggendario drummer Dave Lombardo (Stayer, Testament, ecc…). Il nome del supergruppo? Fantômas, in onore di un celebre, cattivissimo eroe di una serie di romanzi francesi.
“The Director’s Cut” è il secondo album di questo gruppo, che qui rende omaggio a grandi film gialli, noir e horror del passato nonché ai grandi maestri che si sono occupati delle loro memorabili colonne sonore, qui riviste nell’ambito di uno stile crossover ultrasperimentale che unisce post-core e punk (grazie a Buzz e Trevor), metal (il martellante drumming di Lombardo) e temi di celebri colonne sonore, il tutto condito dalla voce di Mike che qui dà l’ennesima prova della sua incredibile versatilità, capace di passare da urla atroci a una voce suadente, diabolica e malvagia.
Il primo pezzo di questa rassegna cinematografica – è decisamente il caso di chiamarla così – è una rilettura di “The Godfather” di Nino Rota, composta manco a dirlo per il cult “Il Padrino” nel 1972: dopo la ripresa iniziale del tema del film si scatena la band in un totale delirio, con Patton che letteralmente spaventa con le sue urla furiose che sembrano ispirate a quel pazzo di Jakob Bennon, mente dei canadesi Converge, guru del post-core più estremo.
Il secondo pezzo è ispirato alla colonna sonora del film “Der Golem”, un horror tedesco di culto, e qui i Fantômas decidono di puntare maggiormente sull’atmosfera grazie anche a soluzioni all’industrial metal di gruppi come i Godflesh, atmosfera che con lo scorrere dei secondi si carica sempre più fino ad esplodere letteralmente; 2:36 minuti che vi lasceranno senza parole.
Con “Experiment in Terror” il gruppo si sposta su lidi praticamente jazz, in perfetto stile film noir, una canzone dal taglio diabolicamente ironico che si segnala come uno dei migliori episodi dell’intero album. “One step beyond” dopo un’inquietante intro ci proietta in un incubo atroce e grottesco da cui il boom finale ci libera… per fondarci in un altro, aperto da un coretto accompagnato da uno stridente cigolio di porte: è “Night of the Hunter”, un pezzo di neppure un minuto ma terribilmente efficace.
La follia esplode nuovamente, lenta ma inesorabile, nel tema di “Cape Fear” (l’originale degli anni ’60, non il rifacimento con de Niro) mentre sfido chiunque a non farsi venir la pelle d’oca ascoltando il tema di “Rosemary’s Baby”: è incredibile ciò che riesce a fare il signor Patton con un semplice «la la la la…».
“Spider Baby” è un altro esperimento alle soglie dell’industrial di chiara ispirazione Ministry, mente la celebre “Ave Satani” tratta da “The Omen” si lascia apprezzare per la bizzarra maniera in cui viene stravolta in stile hardcore (ma personalmente continuo a preferire il rifacimento dei Death SS, che mantiene e se possibile amplifica l’alone inquietante dell’originale). Mi rammarico di non conoscere nemmeno di nome il film da cui è tratta “Henry: portrait of a serial killer”, pezzo davvero invitante e noir così come il seguente “Vendetta”; dopo una pausa rappresentata dalla traccia 13, nel “take 14” i fantastici quattro regalano un tributo a una delle più celebri colonne sonore di casa nostra con “Investigation of a citizen above suspicion”, con una rielaborazione che mantiene perfettamente la tensione dell’originale, ad opera del maestro Ennio Morricone.
Doveroso il tributo al maestro americano del noir David Lynch e al suo compositore di fiducia Angelo Badalamenti con “Twin Peaks: fire walk with me”, dalla celebre serie e dal film realizzati negli anni ’90. Chiude il tutto la riedizione di “Charade”, celebre motivo da una commedia noir degli anni ’60 coi divi Cary Grant e Audrey Hepburn. Mi domando solo se con la folla in delirio poco prima della fine i Fantômas volessero farsi i complimenti da soli…

“The Director’s Cut” è un album estremamente particolare, che fa di sperimentalismo, varietà musicale e versatilità dei membri del gruppo i suoi punti di forza. Gli appassionati di musica estrema e bizzarra – e di Mike Patton of course – che ancora non lo avessero è consigliabile che colmino al più presto questa lacuna nella loro discografia. A tutti gli altri, anche ai più curiosi, è consigliato un ascolto preventivo.

P.S.: se voleste saperne di più sui film da cui sono tratti i pezzi di quest’album, fate un salto a casa dello zio Mike.