Godflesh – Streetcleaner

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Industrial metal. Un termine spesso abusato e applicato a gruppi che poco c’entrano con l’industrial. Ma sarà davvero possibile coniugare questi due generi? Penso proprio di sì, e i casi in cui è successo sono usciti dei capolavori, come quest’album di debutto dei Godflesh, che segue il loro omonimo EP.
Uscito nel 1990 per la Earache, etichetta allora all’avanguardia nell’ambito metal più estremo, quest’album può considerarsi uno dei capostipiti del genere assieme al mitico “Pretty Hate Machine” dei Nine Inch Nails. E’ un album decisamente devastante, il combo inglese unisce a sonorità industrial robotiche di chiara origine Ministry a suggestioni death metal e grindcore di colleghi quali i Napalm Death.
Il loro sound è maestoso, tetro e monolitico, suoni inquietanti che fanno da sfondo a efficacissimi riff lenti e granitici di Justin Broadrick, che è anche con le sue vocals (che ricordano quelle del primo Lee Dorrian) rivela tutte le radici grindcore della band, e Paul Neville, oltre che al basso di GC Green e al massiccio drumming di “Machine”, elementi che garantiscono un’ulteriore, magnifica corposità sonora, una pesantezza che però è sempre dosata al punto giusto, senza inutili eccessi. Un sound che a certi tratti rivela suggestioni che possono essere ritrovate ancor oggi in gruppi d’assoluta avanguardia come gli osannatissimi Tool.
La feroce “Like Rats”, l’oscura “Christbait Rising”, la marcia di morte a nome “Pulp” o l’apocalittica “Locust Fornace” sono pezzi che a distanza di tredici anni suonano ancora attualissimi, una sulfurea colonna sonora per un caos post apocalittico. Ma è difficile trovare un minimo difetto in un album che porta un evoluzione inaspettata e riuscitissima al rivoluzionario e sconvolgente sound di pietre miliari del grindcore come “Scum” o “From enslavement to obliteration”. Il mitico sound della vecchia Earache, un’etichetta storica che purtroppo ha attualmente perso la propria identità, e con essa quasi tutte le sue migliori band.
I Godflesh si sono sciolti nel 2002, dopo la pubblicazione di “Hymns”, consapevoli di aver scritto coi loro album, e con questo in particolar modo, una pagina fondamentale nel campo del metal d’avanguardia, aprendo assieme a Trent Reznor e ai Ministry nuove strade anche all’industrial.
E se amate questi generi, “Streetcleaner” semplicemente dovete averlo. Stop.

PS: una curiosità sono le quattro bonus track finali, inizialmente concepite per un EP che non venne mai alla luce e inserite in “Streetcleaner”, quattro pezzi anch’essi di assoluto livello che aggiungono ulteriore valore a questa release.