Warlocks, The – The Phoenix Album

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Attenzione signori: la Mute Records ha deciso di ripubblicare “The Phoenix Album”, ultimo acclamatissimo lavoro della nuova sensazione psichedelica statunitense, ovvero i The Warlocks. Attenzione, perché l’ennesima fregatura sta per tentare il vostro portafoglio, passando prima per le pagine dei maggiori magazines europei a ricevere la benedizione della pubblicità del settore, in modo che voi poi possiate ingoiare meglio la nostalgica pillola acida col bollino “San Francisco Summer of 67” che credevate nascosta tra le note di questo disco. Al posto di ciò che chiamano psichedelia troviamo un grande minestrone di onesto rock and roll messo insieme pezzo per pezzo con grande mestiere. Ma dell’estro visionario che in tanti hanno parlato riferendosi a questi The Warlocks manco l’ombra: manca la passione, il trip lisergico, e soprattutto la devozione verso un genere, quello psichedelico, che Bobby Heckscher e soci non riescono proprio a mostrare in questo disco. Del resto se questo fosse stato annunciato come un disco di gagliardo rock and roll non avrebbe provato il brivido della mia stroncatura, poiché se esaminato sotto un’ottica lontana dalla psichedelia e più vicina a canoni standard, “The Phoenix Album” può anche risultare un disco gradevole nella sua semplicità. Sia chiaro che in qualunque ambito si intenda analizzarlo, si tratta di un disco che non spiega né giustifica il clamore che si sta creando intorno alla band. A mio onesto parere non basta appropriarsi di un monicker dal passato glorioso, saturare le chitarre di Corey Lee Granet, rispolverare il manuale del perfetto cantante sotto effetto di acidi e ingrassare le vibrazioni di una pur solida batteria per poter scomodare paragoni con chi la psichedelia l’ ha inventata e resa grande. E comunque sia Bobby ha manifestato più volte il suo scetticismo verso la reale attinenza della parola psichedelia con la sua musica, mostrandosi anche molto critico col genere in questione. Pertanto ciò che contesto è l’attitudine pretenziosa e fuori luogo da parte dell’etichetta distributrice di bollare un disco con definizioni che non c’azzeccano nulla col suo contenuto, soltanto per garantirsi le simpatie, ma soprattutto gli sventurati acquisti, di un pubblico che sta apprezzando i lavori di Super Furry Animals e Seid. Ho ascoltato il disco diverse volte prima di tirar fuori un giudizio definitivo, e dopo circa una ventina di ascolti sono riuscito a individuare solo in “Hurricane heart attack” e “Shake the dope out” gli unici due episodi interessanti, nei quali facendo uno sforzo si può riuscire ad avvertire qualche piccola reminiscenza psichedelica. Mentre a chi ha individuato in “Cosmic letdown” e “Oh Shadie” il nuovo verbo psichedelico, consiglierei prima di andarsi a riascoltare certi dischi fondamentali. Insomma se proprio volete tirar fuori 20 euro per ascoltarvi la nuova (bugiarda) sensazione psichedelica fatelo pure, ma poi non dite che non eravate stati avvertiti.