Elbow – Cast Of Thousands

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Gli inglesi Elbow furono una delle rivelazioni del 2001 in tema di rock alternativo britannico. Il loro “Asleep in the back” riuscì a mettere d’accordo un po’ tutti, specialmente in Inghilterra, dove i nostri sono davvero un gruppo che gode del massimo rispetto. A due anni di distanza tornano con un nuovo disco, “Cast of thousands”, che conferma quanto di buono la band era riuscita a mettere in luce col fortunato disco d’esordio. Anzi, direi che gli Elbow hanno fatto addirittura dei passi in avanti, ma non verso lidi sonori più digeribili, piuttosto nei confronti di una sperimentazione sonora veramente interessante che non sconvolge l’idea della forma canzone ma che la rende più esaltante e innovativa . In cabina di regia troviamo Ben Hillier, già con i Blur del controverso “Think Tank”, che riesce a consegnare al panorama sonoro un adeguato senso di continuità. E proprio parlando dell’ultima fatica dei Blur, non si può non notare come questo secondo lavoro degli Elbow possa rappresentare il progetto mancato di Mr. Albarn . L’aspetto più interessante degli Elbow rimane comunque la decisa presa di distanza dal brit pop più scanzonato e leggero di Oasis e di certi episodi degli ultimi Coldplay. Il Brit-pop per gli Elbow è solo un punto di partenza strategico in seguito arricchito da una personalità che vive e splende di luce propria.
La pacata freddezza dei toni bianchi presenti in copertina aleggiano inquieti nelle undici composizioni di questo “Cast of Thousands”. Si mescolano nel gelido minimalismo ritmico per poi rituffarsi in delicate soluzioni pianistiche o di archi che fanno da sfondo ai gentili vocalizzi di Guy Garvey, splendido interprete nei moltissimi episodi di grande atmosfera, che rappresentano il piatto forte del disco, come “Fuggitive Motel”, il sinth pop di “Switching off”, l’elegante “I’ve got your number”, dai ritmi quasi jazzati e ancora l’onirica “Crawling with Idiots”, forse l’episodio migliore dell’intero cd. L’album da spazio anche al rumorismo elettronico, presente nell’opener “Ribcage”, che lentamente scivola in una carezzevole ballad ipnotica dai ritorni elettronici interrotti a loro volta da breaks quasi gospel, e anche nella stravagante nenia di “Buttons & Zips”, equilibratissima comunque nella combinazione di elementi synth pop e altri più squisitamente rock sperimentali. Non avrete difficoltà nel constatare che i pur pochi tentativi pop oriented degli Elbow si arenano, con nostra grande gioia, in una marcatissima vena malinconica, riscontrabile per altro in tutti gli episodi del disco: è il caso di brani come “Not a job” o “Fallen Angel”, entrambe potenziali hit single di gran classe.
In buona sostanza, con questo secondo disco gli Elbow danno prova di ottime capacità compositive che emozionano l’ascoltatore con intelligenti trovate non necessariamente votate all’innovazione fine a sé stessa ma piuttosto indirizzate alla creazione di contesti sonori pacatamente intimi. Un disco malinconico, emozionante, come già detto, adattissimo ai teneri di cuore e ai sognatori di scenari lunari. La conferma che il Brit pop è diventato adulto.