Young, Neil – Greendale

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Nei mesi scorsi si è parlato tanto di questo nuovo disco del leone canadese; Neil gia nel suo ultimo tour acustico aveva presentato alcune delle canzoni che vanno ora a comporre “Greendale”. Avevo avuto modo di sentire alcune di queste e ad essere sincero non mi avevano colpito molto, la versione acustica non rendeva giustizia a dei brani che Young aveva probabilmente pensato in chiave elettrica. Per fortuna una volta messo il cd nel lettore ogni mia paura scompare: le canzone riportate nella loro forma originaria risplendono in tutta al loro bellezza. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa sia esattamente Greendale. Questo è essenzialmente un concept album anche se per diversi motivi la definizione gli va un pochino stretta. Con questa opera Neil ci racconta le vicende della famiglia Green ambientate in una ipotetica cittadina californiana chiamata appunto Greendale. Ogni canzone è una sorta di novella con protagonista un elemento della sopraccitata famiglia Green. Per meglio farci capire le vicende e la vita di questi personaggi sul sito ufficiale di Neil Young è presente una sorta di albero genealogico dei Green con tanto di mini biografia di ogni personaggio. Con alle spalle una carriera quarantennale e ricchissima di successi non è da tutti cimentarsi in una operazione simile, ma lui è Neil Young mica uno qualunque e da sempre ci ha abituati a sorprese. Ma stavamo parlando della storia: Bene Greendale non è la classica cittadina tranquilla e solare, nei suoi angoli più segreti racchiude tragici segreti, storie di corruzione e tradimento con sullo sfondo il degrado della civiltà americana: Un’America malata e sporca che Young vuole raccontare nel microcosmo di Greendale . Non mancano inoltre le citazioni autobiografiche dell’autore e le sue riflessioni personali su alcuni dei temi più scottanti del momento come il degrado e lo sfruttamento della natura. Per questo ritengo che definire questo disco solo un concept sia riduttivo. Ha si le caratteristiche del disco”di concetto” ma va oltre è una sorta di autobiografia, un manifesto del suo autore che parla di se stesso del suo passato e del suo presente e lo fa per bocca dei protagonisti delle sue novelle. Se a questo ci aggiungiamo che oltre al cd è disponibile (solo per una versione limitata delle prime copie) un mini dvd con una serie di filmati, dei corti, da abbinare ad ogni singola songs per meglio comprenderla, capiamo subito che il leone canadese ha realizzato un qualche cosa di unico. Purtroppo non ho potuto vedere il DVD ma noti registi lo hanno commentato in modo a dir poco entusiasta. Ma veniamo ora a parlare delle canzoni: Premetto che proprio per la profondità e la particolarità dell’opera nel suo insieme Greendale non è un album di facile ascolto. Le canzoni sono tutte piuttosto lunghe (alcune lunghissime) con molte parti strumentali che possono anche rivelarsi pesanti. Ma dategli tempo e questo album vi conquisterà a fondo. Ultima annotazione prima di analizzare le singole canzoni: ad accompagnare Neil Young c’è una versione ridotta dei Crazy Horse, ridotta perché manca il chitarrista Frank Sampedro. Ok conosciamo ora le 10 “novelle” di Greendale con la premessa che parlerò solo del lato strettamente musicale dei brani senza soffermarmi sulle storie, quelle le scoprirete da soli se deciderete di ascoltare questo disco. Parlarvene rovinerebbe il piacere della scoperta e della narrazione.
La prima traccia del disco è “Falling from Above” è un classico rock elettrico alla Neil Young, molto simile a certe tracce di Zuma per intenderci. “Double E” ha i tratti di una boogie blues ballad con splendidi ed evocativi assoli elettrici e sferzanti. “Devil’s Sidewalk” è una canzone volutamente ripetitiva, tutta incentrata sulla chitarra di Neil dura all’inverosimile, con dei cori femminili nel ritornello e nella parte finale fa la sua comparsa una “distortissima”armonica. Canzone con un grande tiro sicuramente. “Leave the Driving” è un’altra ballata in chiave blues incentrata sull’uso dell’armonica e sui brevi assoli chitarristici. Nella seconda metà del brano i due strumenti si sovrappongono e danno vita ad una splendida melodia elettrica. E’ ora il turno di “Carmichael” una delle canzoni più lunghe del disco (oltre 10 minuti) che si apre con un lunghissimo assolo di chitarra dai tratti ipnotici. La voce entra solo dopo circa 3 minuti a raccontarci la storia dello sceriffo della di Greendale. Sembrerà strano ma la vera gemma del disco – a mio avviso- è l’unico brano acustico: “Bandit” è un brano magico, la chitarra volutamente accordata in modo da far vibrare la corda più bassa e la voce lieve contrappuntata da un gentile coro femminile creano una atmosfera surreale; canzone da sentire e risentire che va diretta tra i grandi classici della discografia Youngiana, un vero gioiello. “Grandpa’s Interview” è un altro brano lunghissimo ( sfiora i 13 minuti) che ad un primo ascolto può risultare pesante, ma dategli tempo alla fine il suo tonico ipnotico e il cantato da talking blues vi rapiranno, brano che esce alla distanza ma di valore assoluto. Dalla canzone più lunga passiamo a quella più corta, solo 3 minuti per “Bringin’ Down Dinner” dove Neil abbandona la chitarra per cimentarsi all’organo a canne ( o pump organ se preferite). Greendale si chiude con due autentiche gemme, la prima è “Sun Green”: Lunghissima ballata elettrica dai toni psichedelici, l’armonica che si sente in lontananza le da un tocco bluesy mentre Neil ci regala un assolo davvero favoloso, bello anche l’uso del megafono a far da contrappunto al cantato normale a cui si aggiungono strani suoni elettrici che sembrano richiamare il lamento di un animale ferito. In questo disco tutto è funzionale alla storia, il megafono infatti è inserito perché la canzone parla di Sun una giovane attivista ecologista. Ultima canzone del disco è “Be the Rain”: con essa si conclude la storia e il titolo sembra essere la soluzione che l’autore ci propone ai problemi del mondo. Compare ancora il megafono intervallato da cori femminili che le danno un tono apocalittico mentre la chitarra spara gli ultimi lancinanti assoli. Degna chiusura di un disco non facile. Un lavoro da sentire più volte, da scoprire lentamente ascoltando le storie, immedesimandosi nei personaggi e approfondendo la loro conoscenza. Greendale è sicuramente il progetto più ambizioso di Young da almeno 15 anni, farà forse storcere il naso a qualcuno per certe lungaggini strumentali presenti nei brani più lunghi ma ,n sono certo, se vi prenderete la briga di dargli tempo e di cercare di capirlo alla fine converrete con me nell’affermare che Greendale è un disco monumentale, un vero film musicale da possedere assolutamente.