Bibb, Eric – Natural Light

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Ammetto di aver conosciuto la musica di Eric Bibb quasi per caso: il suo nome era in cartello per l’ultima edizione del Pistoia Blues Festival per cui ho deciso di ascoltare qualche suo disco in modo da non arrivare impreparato all’appuntamento. La sua musica mi ha catturato subito, il suo è un blues atipico, acustico ma molto influenzato da latri generi black. Il nostro è una sorta di incrocio tra Taj Mahal e Missisisppi John Hurt: ha la maestri del primo nel saper fondere sapientemente generi diversi e l’abilità canora del secondo nel raccontare le canzoni. Figlio d’arte (suo padre Leon è un armonicista blues e di recente hanno pubblicato un bel disco assieme) Eric ha ormai superato i 50 anni e solo da poco tempo il suo nome è diventato conosciuto, misteri ( brutti) del music biz. Per ora ha pubblicato 8 album tutti di ottima qualità e questo Natural Light non fa altro che confermare quanto di buono gli altri lavori avevano gia fatto intuire. In questa sua ultima fatica il bravo Eric accentua ancora di più rispetto al passato le proprie contaminazioni; lo fa mantenendo sempre una certa pacatezza nei suoni e nella voce sempre molto delicati. Si passa così dal suond a forti tinte funky e r&b dell’iniziale “Too Much Stuff”, arricchita dall’abbondante uso di fiati e di organo con la chicca della partecipazione del grande Huber Sumlin alla solista elettrica, alla jazzata “Home Lovin’ Man”, brano notturno sorretto da un bellissimo lavoro al piano di Janne Peterson. “telle Riley” un classico cuntryblues elettro-acustico. Bellissimo pezzo dedicato ai giganti del blues ( una bambolina in omaggio a chi indovina chi è il Riley protagonista della canzone), sicuramente uno dei momenti migliori di tutto il disco. “Guru Man Blues” è ancora un blues a forti tinte country dal ritmo solare e allegro. “Every Time It Rains” è lenta e malinconica forse un pò scontata ma piacevole. Altro pezzo molto riuscito del disco è la solitaria “Champagne Habitus” dove Eric si esibisce solo con voce e chitarra il un folk blues chiaramente ispirato a Mississippi John Hurt che in queste cose era maestro. “Circless” è ancora un jazzato lento e rilassato adatto ad una fredda serata invernale mentre “Right on Time” è vivace e sprizzante di umori r&b da tutti i pori. “Lucky Man Rag” è appunto un ragtime bello fresco e piacevole, è chiaro come Bibb si trovi più a suo agio quando la musica è poco invadente, a lui piace essere accompagnato solo da pochi strumenti e i brani di questo genere sono quelli che gli riescono decisamente meglio. Il disco termina con “Higher and Higher”: La celebre canzone di Jackie Wilson è rivista in chiave gospel – folk ( lo so che suona male ma non mi viene una definizione migliore) con un bel coro femminile e la fisarmonica a dettarne il tempo e si guadagna il titolo di piccolo capolavoro del disco.
In sostanza un lavoro di classe, 13 canzoni di ottima fattura di cui alcune davvero splendide. Eric Bibb si dimostra artista versatile in grado di interpretare al meglio il patrimonio folk americano.