Pink Floyd – Dark Side of the Moon

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L’album che mi accingo a recensire è il disco più venduto al mondo (760 settimane di permanenza nelle classifiche internazionali), il rock album più importante e musicalmente influente degli ultimi 40 anni insieme a “Revolver” dei Beatles, “Beggars Banquet” dei Rolling Stones, “Pet Sounds” dei Beach Boys, “Tommy” degli Who e pochissimi altri; e probabilmente quando si parla di concept album “Dark Side Of The Moon” è il primo disco che giunge alla nostra mente.
Pubblicato il 24 marzo 1973 in contemporanea mondiale, “Dark side of the moon” è il disco che conclude un’era, quella psichedelico-progressiva, e ne inaugura un’altra nella storia dei Pink Floyd, i quali in questo lavoro mostrano fieri il perfetto equilibrio tra la genialità musicale di David Gilmour e le spiccate doti liriche di Roger Waters, equilibrio che si mostrerà così saldo solo per il successivo “Wish you were here” e che invece si piegherà sgretolandosi lentamente tra le inclinazioni liriche del Waters di fine anni ’70. Il concept è basato sulla convinzione che la vita moderna è una dolorosa ed inutile rincorsa verso la follia, in cui i soldi, lo scorrere inesorabile del tempo e la fame di potere rappresentano i veicoli per tale meta. Waters è abile nel trattare questi temi con grande semplicità ed universalità, cosa che mai prima d’ora gli era riuscita in pieno, tanto che molti, riconosce lo stesso bassista ”finivano per fraintendere i messaggi che volevo comunicare con le mie canzoni”. La maturità lirica di Waters rappresenta pertanto uno dei punti di forza del disco, e molta critica individua nell’ universalità dei temi trattati uno dei motivi principali dello straordinario successo di questo album.”Fu come se avessimo toccato una corda universale” dirà David Gilmour negli anni a venire. In realtà sono molti altri i motivi dell’incredibile successo di “Dark side of the moon”: la brillantezza e la pulizia sonora che lo contraddistingue – da sempre viene usato nei test per gli impianti hi fi – e che è assolutamente competiva ancora oggi a 30 anni dalla sua uscita, il perfetto dosaggio tra splendide melodie e avanguardistica sperimentazione nelle musiche che rendono il disco un perfetto compromesso tra accessibilità e sofisticata proposta musicale, ed infine le immagini universali evocate dalla splendida e ormai storica copertina, e più in generale dall’intero artwork della confezione, raffiguranti un prisma, alcune piramidi (qualcuno ci ha letto il simbolo dell’ambizione e del potere), e il tracciato del battito cardiaco .
Il progetto “Dark side of the moon” ha radici molto lontane, addirittura risalenti al dicembre del 1971 quando i Floyd decisero di stabilirsi in uno studio londinese per dar vita ad una serie di jam sessions, il cui risultato furono una sequenza di canzoni alle quali venne inizialmente dato il titolo di “Eclipse – A piece for assorted lunatics”. “Eclipse” fu provato durante il lungo tour del 1972, per sperimentarne l’efficacia, venne più volte modificato e perfezionato, fino al risultato che tutti oggi conosciamo. Durante una riunione di gruppo nella cucina di Mason cominciarono a prender forma le brillanti idee liriche di Waters, ma fu in realtà il buon vecchio Mason a dare l’input con un’idea straordinaria nella sua semplicità e nella sua efficacia: “Se dobbiamo parlare della vita moderna di un essere umano, cominciamo il disco col battito del cuore”. E così fu. Ma non fu l’unico contributo dello storicamente pigro batterista: “Speak to me”, brano di apertura del disco, è un suo esperimento con sequencer e nastri pre – registrati montati con grande abilità, dove si anticipano i vari temi che andranno a comporre l’intero disco. In realtà “Speak to me” doveva far parte di “Breathe”, il brano immediatamente successivo, ma Mason volle avere almeno un credit tutto suo nell’album, così venne estrapolata e reso un brano a sé stante. “Speak to me” presenta poi alcune frasi pronunciate da persone convocate ed intervistate in studio dai Floyd e da Alan Parsons, innovativo e famoso tecnico del suono ed artefice dello splendido sound del disco, alle quali fu chiesto di dare delle opinioni riguardo temi legati alla pazzia, alla morte, alla violenza. A queste bizzarre sessioni di registrazione parteciparono personale delle pulizie, il portiere degli studi di Abbey Road e addirittura Paul e Linda McCartney, le cui frasi vennero però scartate perché ritenute poco sincere. Il titolo “Speak to me” deriva dalla frase che Parsons era solito pronunciare ai convocati in studio per regolare i livelli di registrazione. Il brano sfocia in “Breathe”, un autentico gioiello di grazia sonora, dove risplendono le slide guitars di un David Gilmour straordinario per emotività e assolutamente incantevole nelle magnifiche parti vocali. Il brano, sorretto dal classico mid tempo in 4/4, termina nella seguente “On the run”, un collage di musica elettronica ottenuto dall’innovativo Sythi-A, un sintetizzatore dotato di sequencer sul quale fu possibile creare e programmare questo geniale esempio di “viaggio musicale” che evoca stati d’animo come la paranoia, l’ansia, e in ultima analisi la pazzia. Un aneddoto relativo alla composizione di questo brano testimonia i primi segnali di contrasto tra Gilmour e Waters: “Avevo trovato una sequenza interessante sul Sythi-A che suggeriva l’idea di movimento e viaggio – dice un amarissimo Gilmour- così la portai al gruppo. Roger ispirato dalla mia versione ne creò una sua deliberando in seguito che la sua era quella migliore.” Andando avanti con l’analisi dei brani, incontriamo un classico del repertorio floydiano, nonché uno dei punti liricamente centrali dell’opera, ovvero “Time”: il tempo, il suo scorrere, la consapevolezza che esso non torna più lasciandoci un giorno di più vicini alla morte e con alle spalle un sacco di tempo sprecato in assurdi atteggiamenti che ci allontanano l’uno dall’altro. Questo il pensiero di un efficacissimo Waters. Il brano è introdotto dal suono compresso del basso di Waters che simula il “ticchettio” di un orologio il quale va a sfociare in una paranoica “girandola” di squilli, suonerie da sveglie e orologi vari. Subito dopo ecco il celebre pattern sui tamburi di Mason che ben presto accoglie la sinistra e satura chitarra di Gilmour, e di lì a breve l’intero brano strutturato su un frizzante rock blues, interrotto dal chorus in mid tempo con alla voce uno smagliante Rick Wright. Dopo aver ripreso il tema di “Breathe” durante la conclusione di “Time” i Floyd ci regalano uno dei momenti più esaltanti ed emozionanti dell’intero disco, quella magnifica ”The great gig in the sky”, caratterizzata da un bellissimo tema pianistico di Rick Wright e da una delle performance vocali femminili più intense mai incise su disco, ad opera della session singer Clare Torry, nonchè le eteree slide di Gilmour a ricamare sullo sfondo. Si chiude così la prima parte di “Dark side of the moon”.
La seconda parte del disco si apre con “Money”, altro classico e altro momento importante, se non altro per motivi squisitamente tematici. Infatti il brano, strutturato su un tema di basso in 7/4, musicalmente parlando non brilla certo per originalità anche se la storia ce lo consegna come una delle canzoni più popolari non solo dei Floyd ma addirittura del rock. Ma se non è la musica a stupire in questo episodio, è ancora la straordinaria maestria nel gestire e programmare i soliti effetti sonori composti stavolta da suoni derivati da registratori di cassa e monetine lasciate cadere per terra e montati in sequenza. In “Money” è presente comunque un ottimo solo di sax di Dick Parry, compagno di Gilmour ai giovanili tempi dei Jockers Wild. C’è comunque da dire che “Money” fu il brano che contribuì a rendere il gruppo sempre più lontano da certi lidi sperimentali e quindi sempre più in linea con certe tentazioni commerciali.
“Us and them” faceva parte del lotto di canzoni che i Pink Floyd avevano preparato per sua maestà Michelangelo Antonioni per la colonna sonora di Zabriskie Point. Il regista nostrano fece incredibilmente pollice verso al brano in questione. Poco male: la canzone venne ritirata fuori dai cassetti proprio in occasioni delle jam londinesi del 1972 e prese nuova linfa fino a diventare la splendida gemma che tutti conosciamo. Pervasa da un’atmosfera terribilmente triste sottolineata dal grande arpeggio chitarristico di Gilmour e dalle profondissime voci lungamente ritardate (altro pionieristico elemento fornito da questo disco), “Us and them” evidenzia l’ideologia socialista di Waters che contrappone nei suoi testi “noi a loro” i ricchi ai poveri. Waters si chiede il motivo della cinica attitudine della società moderna, colpevole secondo il bassista di ridurre all’isolamento e ai margini coloro che non ne condividono i sistemi.
Che “Dark side of the moon” fosse la raccolta di canzoni più accessibile mai pubblicata dai Pink Floyd, fu evidente anche per i Pink Floyd stessi, quindi pensarono bene di includervi una song che richiamasse alla memoria le famosissime e dilatate improvvisazioni che i nostri erano soliti fare dal vivo e che comunque rappresentavano, fino a quei tempi, il reale marchio di fabbrica del gruppo.”Any colour you like” è quindi uno strumentale, di estrazione space rock con fantastici synth in evidenza e una chitarra immersa in effetti liquidi, che avrebbe dovuto soddisfare il lato più integralista della schiera di fans del gruppo. In realtà la funzione strategica sembrò essere quella di legare le songs precedenti alla parte finale del disco. La successiva “Brain Damage” , inizialmente intitolata “The dark side of the moon” durante le sessions di “Eclipse”, inaugura la parte finale dell’opera. Un lunare, e non potrebbe essere altrimenti, arpeggio di Gilmour accoglie le famosissime parole ”The lunatic is on the grass”, in un brano dove emergono forse per la prima volta chiari riferimenti a Syd Barrett, esempio limpido di come possa la società condannare alla pazzia un individuo eccessivamente sensibile. I riferimenti a Barrett si fanno ancor più chiari mano a mano che il brano scorre, fino all’amarissima evidenza inconfutabile nei versi finali che recitano “And if the band you’re in starts playing different tunes, I’ll see you on the dark side of the moon” . Il disco si chiude col brevissimo brano che dava titolo all’intero concept, “Eclipse”, che ha il sapore di gran finale epico. Waters ci lascia con un messaggio inaspettatamente ottimista: le cose buone esistono, possono essere da noi viste e toccate e possono rendere la nostra vita un viaggio bellissimo, ma tutto questo lo inquiniamo con le nostre ambizioni. “Dark side of the moon” finisce così come era iniziato, ovvero col battito cardiaco, che sta a simboleggiare il fatto che comunque un’altra vita ha inizio, e un’altra opportunità ci può esser stata concessa per non far oscurare il sole dalla luna.